Il Sud va in ferie, ci vediamo la prossima estate
di Paolo RussoIl Sud, d'estate, è un posto meraviglioso anche per chi ci abita soltanto sulla carta. Lo si è visto in queste settimane. Basta scorrere un telefono qualsiasi per incontrare la stessa geografia sentimentale: una terrazza, una spiaggia, una piazza, un piatto di pasta, il mare che entra nell'inquadratura e una canzone che sa di Napoli, di Mediterraneo, di notti troppo calde per andare a dormire. Tutto giusto. Anzi, bellissimo. È difficile non innamorarsi di un posto quando lo si incontra così.
Il problema è che il Sud non finisce quando finisce la vacanza. La vacanza, invece, sì. Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.
Ogni estate riusciamo a fare una cosa piuttosto singolare: prendere alcune delle caratteristiche più evidenti della nostra marginalità e trasformarle in un modello di vita desiderabile. La lentezza, appunto. Il paese tranquillo. Le distanze. I tempi dilatati. I servizi che spesso richiedono qualche chilometro in più. Tutto acquista un altro nome quando lo si guarda con gli occhi di chi è venuto per qualche giorno.
La “vita lenta” è diventata una delle cose più esportabili del Sud. Più della sanità, evidentemente. Più dei trasporti. Più dei servizi. Quella sì che viaggia benissimo.
Finisce nelle fotografie, nei video, nelle playlist estive, nei racconti di chi torna per qualche settimana nei luoghi in cui è nato o ha passato l'infanzia. Per un po' tutto torna al proprio posto: il dialetto, gli amici, il bagno alle sei del pomeriggio, la cena alle dieci e mezza, la musica fino a tardi, quella sensazione piacevole di non dover necessariamente arrivare da qualche parte.
Poi il calendario presenta il conto. E si torna a vivere altrove.
Non c'è niente di scandaloso. La vita è fatta anche di partenze, e sarebbe assurdo pretendere che chi ha costruito il proprio lavoro fuori debba rinunciare a tornare. Però c'è qualcosa di curioso nel riscoprire ogni anno quanto sia bello vivere senza fretta proprio nei luoghi dai quali, per il resto dell'anno, si è scelto o si è dovuto andare via.
Forse perché la lentezza, quando ha una data di scadenza, è molto più facile da amare.
Il tempo, per chi resta, invece, ha un'altra consistenza. Sono ore di viaggio. Sono appuntamenti rimandati. Sono servizi che richiedono uno spostamento. Sono giornate organizzate intorno agli orari di un autobus. Sono mesi passati ad aspettare una prestazione sanitaria. Anche più di un anno, in alcuni casi.
E qui il termine “lentezza” dovrebbe cominciare a starci stretto. Perché nessuno racconta come un privilegio il tempo passato in una lista d'attesa. Nessuno mette una canzone di sottofondo mentre aspetta mesi per una visita e pensa di aver finalmente imparato a vivere piano.
Eppure è la stessa regione. La stessa.
Quella che durante l'estate viene raccontata come un luogo capace di sottrarsi alla frenesia e che, appena la stagione si chiude, torna a fare i conti con lo spopolamento, con i servizi che mancano, con i giovani che partono, con una sanità che in molte aree fatica a reggere il peso delle necessità quotidiane.
Questa è la parte meno fotogenica. Non quella dei paesi vuoti, che ormai è diventata quasi una categoria estetica. Quella della vita concreta.
Un paese può essere piccolo, silenzioso, poco illuminato, con il bar dove tutti conoscono tutti. Può essere una cosa bellissima. Ma se per fare una visita bisogna spostarsi, per lavorare bisogna partire e per trovare un servizio bisogna cercarlo altrove, forse il problema non è che qui abbiamo imparato a vivere con meno. Forse ci siamo semplicemente abituati ad avere meno.
È una differenza che vale la pena non perdere.
Perché la retorica della lentezza rischia di diventare comoda proprio quando smette di interrogarsi sulle ragioni per cui un territorio è lento.
C'è una distanza enorme tra decidere di non correre e non poter correre. Tra scegliere un paese perché è tranquillo e trovarsi a vivere in un paese dal quale tutto sembra progressivamente allontanarsi. Tra il silenzio che si cerca e quello che rimane quando se ne sono andati in troppi.
Il Sud, intanto, continua a fare quello che gli riesce meglio: adattarsi. D'estate si riempie. D'inverno si restringe.
Si prepara ad accogliere migliaia di persone e poi torna a vivere con quelle che sono rimaste. Cambia ritmo, cambia rumore, cambia perfino il modo in cui viene raccontato.
E noi con lui.
Ci riscopriamo meridionali quando torniamo. Ci concediamo il lusso di rallentare, di mangiare tardi, di stare fuori fino a notte, di ascoltare musica che sembra appartenere esattamente a queste strade. Poi riprendiamo il ritmo dal quale, per qualche settimana, avevamo detto di volerci liberare.
È quasi una piccola commedia stagionale. E funziona perché nessuno sembra avere davvero voglia di rovinare il finale.
Eppure la domanda rimane.
Quanto ci piace davvero la vita lenta?
Abbastanza da pubblicarla ogni giorno per qualche settimana, probabilmente. Ma abbastanza da difenderla anche quando significa chiedere servizi, investimenti, lavoro, trasporti, sanità, opportunità?
Perché una vita lenta non dovrebbe essere una vita con meno possibilità. Dovrebbe essere una vita nella quale le possibilità esistono e, nonostante questo, si sceglie di non correre sempre.
È qui che il discorso cambia.
Il Sud non ha bisogno di diventare veloce. Non deve trasformare ogni paese in una piccola città, riempire ogni spazio, illuminare ogni notte, costruire ovunque per dimostrare di essere vivo.
Ma nemmeno può permettersi di romanticizzare tutto ciò che non funziona.
La lentezza può essere una ricchezza soltanto quando è accompagnata dalla libertà di scegliere. Altrimenti diventa una parola elegante per descrivere una rinuncia.
E forse è proprio questo che dovremmo guardarci dal fare: innamorarci così tanto dell'immagine del Sud da finire per difendere anche le sue privazioni.
A settembre, quando le piazze torneranno a svuotarsi e il volume si abbasserà, sarà facile dire che l'estate è finita. Forse sarebbe più corretto dire che finisce la versione del Sud che abbiamo imparato a consumare.
Quella con il mare sullo sfondo, la musica giusta e il tempo finalmente ritrovato.
Poi rimane il resto.
Rimane chi qui ci vive. E rimane tutto ciò che l'estate, per qualche mese, riesce a nascondere.
Rimane un territorio che avrebbe tutto il diritto di essere lento. Ma soltanto dopo aver smesso di essere lento nelle cose che contano.
E allora, forse, la prossima estate potremo tornare a parlare di “vita lenta” senza dover aggiungere spiegazioni. Nel frattempo, sarebbe già qualcosa provare a viverla davvero.
Non per una storia. Non per una settimana. Per tutto l'anno.