“Max, Mischa e l’Offensiva del Tet” è un romanzo Superman
di Mattia NestoStanno tutti leggendo Max, Mischa e l’Offensiva del Tet. E stanno tutti facendo benissimo. È una cosa piuttosto rara, di questi tempi, che un libro diventi un piccolo fenomeno e che dietro al fenomeno ci sia effettivamente un libro bellissimo. Johan Harstad è riuscito persino a hackerare l’algoritmo del BookTok: mentre tutto scorre tra romance con giocatori di hockey, serie fantasy con nani ed elfi e grandi saghe familiari ambientate nell’Ottocento del Sud Italia, lo scrittore norvegese è riuscito a “piazzare” un romanzone di 1242 pagine che parla di memoria, teatro, pittura, jazz, guerra, morte e malinconia. Pura fantascienza.
Eppure funziona, forse proprio perché non prova a diventare qualcos’altro. Harstad ha bisogno di tempo e il romanzo lo pretende senza mai pesare davvero sul lettore. Parte in quarta, mette subito in campo personaggi indimenticabili, da Max a Mordecai, da Mischa a Ove, e allarga lentamente il proprio respiro fino a inglobare New York, la Norvegia, il Vietnam, il cinema, la musica, il teatro, la pittura, l’arte contemporanea, la resistenza armata e l’11 settembre. È per questo che in molti lo hanno subito individuato come libro-mondo. Qualcuno lo ha definito romanzo-vita, qualcun altro romanzo di costruzione. Tutto vero. Io però continuavo a pensare a un’altra parola: conservazione.
Che detta così sembra quasi una cosa brutta. Una parola da museo, da teca, da qualcuno che vuole tenere fermo il mondo perché non cambi. Ma in realtà ho pensato al conservare di Harstad come a una forza creatrice opposta all’immobilità: conserva perché sa che il mondo cambierà. È questa la cosa che mi sembra attraversare tutto il romanzo.
Max perde la Norvegia della sua infanzia, perde persone, relazioni, certezze. Ove si trasforma in un altro uomo, fino a cambiare nome. Mischa prova a capire che rapporto esista tra pittura e memoria. Mordecai raccoglie oggetti che per chiunque altro sarebbero spazzatura e li mette da parte come fossero reliquie. Ma nessuno di loro sta cercando davvero di tornare indietro. Stanno cercando un modo per portarsi dietro qualcosa nel viaggio verso il domani, che ci spaventa, ci atterrisce, ci riempie d’ansie ma anche di speranze, di giorni nuovi e di orizzonti non visti.
È una differenza enorme. E forse è proprio per questo che il romanzo, pur essendo pieno di morte e di lutto, non dà mai davvero l’impressione di essere un libro funebre. C’è malinconia, certo, c’è la consapevolezza continua che le cose finiscono. Però non c’è immobilità. Max arriva al teatro, Mischa alla pittura, Ove alla musica. Harstad arriva alla scrittura e costruisce un libro che sembra fare la stessa cosa dei suoi personaggi: prende
quello che rischia di scomparire e gli dà una nuova forma. Come quando un ricordo diventa un quadro oppure un’esperienza diventa una scena e, di conseguenza, una vita diventa racconto.
E poi c’è Mischa, che assomiglia a Shelley Duvall. Anche questa è una scelta che dice qualcosa di Max. Nel romanzo c’è persino una battuta sul fatto che sia “comunista anche nei gusti delle ragazze”, e fa ridere perché Duvall, rispetto al modello classico della sex symbol, sembrava arrivare da un’altra galassia. Oggi per molti è soprattutto la donna terrorizzata e braccata di Shining, ma tra gli anni Settanta e Ottanta è stata anche un’icona involontaria di un’altra idea di femminilità: altissima, magrissima, occhi enormi, lineamenti strani, nessuna voglia di assomigliare a una pin-up. In Io e Annie Woody Allen la mette addirittura dentro una scena memorabile: dopo essere stata a letto con Alvy, il suo personaggio definisce l’esperienza “kafkiana” e precisa che lo intende come un complimento. È buffo, ma racconta bene quella presenza lì, quel modo di essere affascinante proprio senza cercare di esserlo.
La scelta di Duvall torna a essere importante anche per il discorso che stiamo facendo. Max non conserva soltanto luoghi, musiche, spettacoli o ricordi: conserva dentro di sé anche le persone che ha amato, e persino il modo in cui le ha guardate. Mischa è legata a un’immagine precisa, quella di Shelley Duvall, e quella immagine diventa a sua volta memoria, desiderio, pezzo di vita. È così che il passato continua a seguirci senza necessariamente tirarci indietro.
Ed è allora che mi viene da pensare a Superman. Ma non a quello dei muscoli e dei grandi nemici, a quello di Jeph Loeb e Tim Sale in Superman: Stagioni. Al Clark Kent che attraversa le stagioni della propria vita, lascia Smallville e diventa Superman senza cancellare il ragazzo che era stato. Smallville rimane dentro di lui. Il passato non viene buttato via per fare spazio al futuro: diventa il materiale con cui il futuro viene costruito.
In Max, Mischa e l’Offensiva del Tet succede qualcosa di simile. I personaggi continuano ad andare via, a cambiare, a perdere, a ricominciare. E continuano a raccogliere. Non per vivere nel passato, ma perché senza passato non sapremmo nemmeno chi stiamo diventando. La memoria non è il contrario del futuro. È una delle cose con cui possiamo affrontarlo.
È questo, forse, il paradosso più bello del libro: è un romanzo ossessionato dalla perdita che ha un’energia profondamente positiva. Positiva non nel senso stucchevole del termine, chiaro, ma neppure consolatoria. Non ti dice che andrà tutto bene. Ti dice una cosa molto più interessante: che anche sapendo che tutto finirà vale la pena amare, ricordare, dipingere, suonare, raccontare. Vale la pena conservare.
Harstad sembra credere che l’arte serva anche a questo. Non a mettere il mondo sotto vetro, ma a impedirgli di scomparire senza lasciare traccia. E allora anche quelle 1242 pagine diventano il risultato di una specie di ostinazione: questa cosa la voglio ricordare, questa persona la voglio raccontare, questa canzone voglio tenermela, questo luogo non voglio perderlo del tutto.
È un libro profondissimo, ma non è difficile entrarci. È profondo come il mare, ma ci si può nuotare dentro con la semplicità di un bambino. Harstad non ti mette davanti alla propria bravura per farti sentire piccolo. Ti racconta una storia e, mentre la racconta, apre continuamente finestre sul resto del mondo. È probabilmente questo il segreto del suo fascino. Non smette mai di aggiungere, ma non dà mai l’impressione di voler possedere tutto. Vuole ricordare.
Ed è proprio per questo che Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è un libro così intimamente contemporaneo. Viviamo dentro un mondo che cambia alla velocità con cui riusciamo a dimenticarlo. Harstad risponde facendo l’opposto: rallenta, accumula, conserva. Non per impedirci di partire, ma per permetterci di farlo con qualcosa ancora in tasca.
Come Clark Kent quando lascia Smallville. Come un artista quando trasforma un ricordo in un’opera. Come Mordecai quando mette via una vecchia scarpa perché quella vecchia scarpa, per lui, non è affatto una vecchia scarpa.
E allora sì, è un libro-mondo, un romanzo-vita e pure un romanzo di formazione. È anche un libro gigantesco, bellissimo. Ma soprattutto è un romanzo Superman.
Uno di quelli che parlano della fine e riescono comunque a farti alzare la testa verso il cielo.