Nessuno parla della difficoltà di accudire un familiare con disabilità
di Samuele MaccoliniUn caso di cronaca ha riportato nel dibattito pubblico un tema che non trova spazio sui social o nei talk show: la solitudine dei familiari che accudiscono un parente con disabilità. A Roma sono stati ritrovati i corpi senza vita di una famiglia nella camera da letto del loro appartamento. Un uomo di 42 anni, una donna di 41 anni e la loro figlia di 5 anni presentavano colpi di arma da fuoco. È stato accertato che l’arma utilizzata è una pistola Glock detenuta dall’uomo. Anche il cane è stato trovato morto.
L’ipotesi è di doppio omicidio con suicidio. Nella camera sono state ritrovate numerose lettere d’addio con riferimenti alla condizione della figlia. La difficoltà nel gestirne la malattia li avrebbe portati a sentirsi sempre più isolati. La figlia era affetta da una grave disabilità. La mamma aveva lasciato il lavoro per accudirla e la famiglia era seguita dagli assistenti sociali della zona.
Commentando il caso, il presidente del Municipio IV Massimiliano Umberti ha detto che «la solitudine è il più grosso male che c’è oggi al mondo e probabilmente un po’ tutti dobbiamo fare questa riflessione sulla solitudine, l’essere soli in queste situazioni così gravi». L’isolamento dei caregiver è una questione che riguarda molte famiglie. Ma è ancora un tabù, come dimostra la carenza di studi sul tema.
La ricercatrice della Bocconi Nicoletta Balbo, mamma di un bambino con disabilità, vuole colmare questa mancanza. Grazie a un finanziamento europeo sta lavorando a una delle ricerche più ampie mai realizzate. In Italia tradizionalmente la famiglia è l’istituzione principale che si occupa della cura del malato. Ma spesso comporta «un aumento degli oneri di cura per i familiari, che vengono lasciati troppo soli e con grandi responsabilità», ha raccontato su Vita.
«L’inclusione è un processo che passa attraverso l’empatia – continua Balbo – cioè attraverso il mettersi nei panni di chi la fragilità la vive tutti i giorni». Per favorire l'empatia serve prima conoscere. Parlarne di più, senza lasciare alla cronaca nera il compito di ricordarci la solitudine dei caregiver.