Nella notte tra sabato e domenica, alle 2 e 30 di mattina l’ultimo set dell’evento techno “Aarau Rave VOL. 7” è già concluso quando la folla viene raggiunta da degli spari. Una donna italiana residente in Svizzera di 22 anni, Maria Spinelli, muore e altre cinque persone restano ferite. Due di loro sono italiani, e nelle ore successive vengono dimessi. Dopo gli spari, oltre cento persone tra i partecipanti vengono interrogate dalla polizia.

Non sappiamo quale sia il movente della sparatoria. La polizia indaga su tre ipotesi: un attacco terroristico, una strage senza motivazioni o un regolamento di conti tra bande criminali. Le forze dell’ordine stanno cercando chi ha sparato in tutto il Paese, ma al momento non ci sono sospettati.

Il motivo per cui abbiamo a disposizione così tante informazioni su quello che i giornali italiani descrivono come “rave party” è che, nonostante il nome possa ingannare, si tratta di un festival autorizzato e conosciuto in Svizzera. Giunto alla settima edizione l’Aarauer Rave (Rave dell’Argovia) ha raggiunto quest’anno oltre 3mila partecipanti. I prezzi dei biglietti vanno dai 63 ai 95 euro dell’ingresso VIP, la lineup si divide tra dj locali e di fama internazionale. Come Henri Bergmann, che ha fatto ballare Tomorrowland, il Pacha di Ibiza e il Coachella.

Oltre che tecnicamente sbagliato, scrivere che Maria Spinelli è morta a un rave è problematico. In passato episodi mortali sono stati associati ai rave in modo strumentale per attaccare le feste autorganizzate. Anni di campagne mediatiche contro i free party hanno terrorizzato il pubblico con un’idea distorta che associa le feste libere a criminalità e degrado. Il Governo Meloni ha inaugurato il mandato con la legge anti-rave e ha alzato il livello della repressione.

Utilizzare la parola rave per descrivere la drammatica sparatoria in Svizzera contribuisce a promuovere questa narrazione mistificatoria, che il pubblico è stato abituato a identificare. Ma non corrisponde alla realtà.