Al concerto di Diodato dedicato a Fabrizio De André, una ragazza ha contestato la presenza di Matteo Salvini: «Non è possibile che qui sia presente una persona che con le canzoni di De André non c’entra niente. Io mi sento offesa e non posso continuare a restare qui». Diodato ha detto di rispettare la sua scelta, augurandosi che «la musica di De André illumini anche la nostra classe politica». Poco dopo Salvini ha condiviso il video sui social, dicendosi preoccupato da un mondo «in cui sei libero solo se hai le idee giuste» e puoi sentire un artista con «la patente politica giusta».

Com’è ovvio, Salvini può ascoltare De André quanto vuole: può consumarne i dischi in macchina o farne il suo artista più riprodotto nello Spotify Wrapped di fine anno. Nessuno possiede una canzone e sottoporre il pubblico di un concerto a un esame di coerenza politica sarebbe sciocco, persino grottesco. 

La contestazione della ragazza, però, pone una domanda più interessante: precisamente, che cosa ascolta la destra quando ascolta De André? Quello che oggi è patrimonio culturale nazionale un tempo era tutt’altro che rassicurante. Nel 1969 la pubblica sicurezza descriveva De André come «filocinese, noto cantautore e contestatore». Negli anni successivi fu sorvegliato per le frequentazioni anarchiche ed extraparlamentari e finì persino, senza fondamento, in informative sulle Brigate Rosse.

Oggi invece De André è un monumento nazionale, un pezzo della nostra storia e delle nostre radici sul quale possiamo essere tutti d’accordo. Proprio su questa base, però, qualcosa si perde, perché De André cantava prostitute, detenuti, rom, tossicodipendenti, poveri, persone che la società perbene preferiva tenere fuori dalla porta. Dall’altra parte c’erano spesso il giudice, il gendarme, il benpensante, il potere. Si può ascoltarlo e pensarla diversamente, ma se a celebrarlo è una destra che vuole “remigrare” gli stranieri, rinchiude i migranti nei Cpr e per anni ha promesso ruspe contro i campi rom, far notare la contraddizione non significa invocare la censura, semmai chiedersi quanto del vero De André rimanga dentro il De André che celebriamo.

Il modo più semplice per appropriarsi di un autore così ingombrante non è farlo diventare di destra, ma di tutti, trasformandolo in quel «santino nazionale» di cui ha parlato la nipote Alice De André. Qualcosa, cioè, che appartiene al passato e alle “radici”, conservandone le melodie e rimuovendo ciò che ancora potrebbe disturbare nel presente. Una cosa simile è successa anche a Dalla e, più di recente, a Guccini. Meloni ha raccontato di amare Cirano e di voler continuare a cantare le sue canzoni «nonostante probabilmente non ne sarebbe contento». Vannacci ha citato più volte La locomotiva. In un'intervista, Guccini aveva riassunto bene la faccenda: «Se cantano La locomotiva la modificano alle loro esigenze, come tutto».

Forse allora la contestazione della ragazza non era così assurda: non perché Salvini non possa ascoltare De André, ma perché, a forza di trasformarlo in patrimonio comune, rischiano di restare soltanto il nome, le canzoni e una ribellione ridotta a estetica, sepolta sotto il «la la la» del Pescatore.