I commenti sulla morte di Fakir e dei due rapinatori uccisi da Roggero mostrano quanto sia fragile il valore della vita nel dibattito online
C'è un filo rosso sottile e inquietante che unisce i commenti apparsi sui social dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna e il recente dibattito sul caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per l'uccisione di due rapinatori. Quel filo è l'idea, ormai esplicita, che in certe condizioni la vita di un individuo possa semplicemente perdere di valore.
Parliamo di vicende profondamente diverse, che però sfociano nello stesso corto circuito culturale: trasformare un sospetto, una colpa o un reato in una condanna a morte ufficiosa. Come se chi sbaglia perdesse, di colpo, il diritto fondamentale a essere considerato una persona.
È una sproporzione evidente. La vita umana non è un concetto negoziabile, e questo dovrebbe essere assodato in una democrazia. Certo, le responsabilità personali esistono e i reati vanno accertati e puniti con fermezza, ma ciò che separa uno Stato di diritto dalla legge del taglione è proprio il rifiuto di considerare qualcuno "indegno" di vivere, a prescindere da cosa abbia fatto.
Il problema va ben oltre l'insulto del singolo leone da tastiera. Preoccupa il clima complessivo: quell'esultanza malcelata di fronte alla morte, l'idea che la sofferenza altrui sia una forma di giustizia fai-da-te, il dolore concesso o negato a seconda dell'identità della vittima.
Le piattaforme digitali hanno esasperato questa deriva. La distanza fisica e il confronto azzerato rendono fin troppo facile trasformare un'opinione in una sentenza definitiva. La complessità dei fatti viene spazzata via da una polarizzazione rozza: da una parte i buoni che meritano tutela, dall'altra i cattivi che "se la sono cercata".
Una società civile, invece, si misura proprio nei casi più complessi e divisivi. Difendere i principi costituzionali è facile quando la vittima ci assomiglia o ci sta simpatica; la vera prova sta nel farlo quando di mezzo c'è chi ha commesso un errore o condanna la nostra sensibilità. Il valore della vita non può mai dipendere dal gradimento pubblico.
Nel momento in cui accettiamo che il diritto alla vita sia condizionato alla "condotta morale", stiamo spostando un confine pericoloso. E quel confine, una volta cancellato, non proteggerà più nessuno.