E se l’Italia si capisse meglio dal finestrino di una Panda?
di Alessia CaliendoCapita di accorgersene senza cercarlo. Siamo al telefono, scorriamo immagini tutte simili: tavolini in piazza, tramonti tutti simili, vicoli belli ma un po’ svuotati. Poi compare una Panda vecchia, magari parcheggiata di traverso su una salita, vicino a un muro di pietra o davanti al bar del paese. Eppure, qualcosa resta. Forse perché quell’auto piccola, squadrata, spesso ammaccata, ci riporta a un’Italia che abbiamo visto davvero: quella delle gite con i parenti, delle borse della spesa sul sedile, dei finestrini abbassati a mano, dei paesi attraversati piano perché due macchine insieme, in quei vicoli, faticano a passare.
Ci hanno insegnato che il progresso assomiglia al nuovo, al grande, al performante. Che una cosa vale di più quando luccica, quando si fa notare, quando promette di portarci altrove in fretta. Anche il racconto dei luoghi ha finito per seguire questa regola: il borgo diventa cartolina, la provincia diventa fondale, il viaggio diventa esperienza da mostrare. Dentro questa grammatica, una vecchia Panda dovrebbe essere un dettaglio secondario. Invece, nel progetto Pandini nei paesini, diventa la lente. Attraverso di lei si vedono tornanti, piazzette, feste patronali, campi, strade laterali e persone che quei posti li abitano davvero.
A forza di cercare l’Italia più bella da mostrare, abbiamo rischiato di perdere di vista quella più usata. Usata nel senso migliore: consumata, riparata, adattata, ancora utile. La Panda, nei paesini, appare al suo posto perché continua a fare ciò per cui è nata: portare persone e cose dove mezzi più eleganti entrano con meno naturalezza. Forse è per questo che un’immagine così semplice riesce a parlare a tanti. Dentro quel cofano piccolo si muove una memoria collettiva: il nonno, la zia, il vicino, il primo giro da neopatentati, il paraurti segnato, la macchina ereditata e poi mai davvero lasciata andare.
Dietro questa intuizione c’è Vittorio David Di Nepi. Il profilo, racconta, nasce nel febbraio 2016, mentre l’immaginario di Pandinineipaesini, scritto tutto attaccato, prende forma anche in un inverno difficile, quello successivo al lockdown. Saltata la partita di calcetto, lui e l’amico Luca cominciano a camminare sugli Appennini. I sentieri passano dai paesi, e lì, lontano dal trambusto cittadino, la Panda prima serie appare ovunque. Da quel momento la raccolta diventa un rifugio e insieme un modo di viaggiare: fotografie quotidiane, spesso inviate dalla community, in cui l’auto compare dentro paesaggi ordinari e riconoscibili.
La selezione degli scatti dice molto del progetto. Di Nepi cerca immagini leggibili, a volte chiede file migliori quando Instagram le comprime troppo, ma soprattutto guarda il contesto. Preferisce, quando possibile, la presenza umana attorno all’auto, anche appena accennata. Gli interessano i modelli particolari, le personalizzazioni, i parcheggi improbabili, le situazioni in cui la Panda quasi stona e proprio per questo racconta qualcosa. In media arrivano circa cinquanta foto a settimana, con picchi d’estate, sotto Natale, quando nevica o durante le sagre. È una redazione diffusa: chi manda una foto consegna un pezzo di paese, una strada conosciuta, un ricordo familiare.
Da questo archivio è nato anche il libro Pandini nei paesini. Un atlante sentimentale a misura di Panda, pubblicato da Magazzini Salani. Il volume porta su carta il tono del profilo: cento fotografie, curiosità, proverbi e brevi racconti, senza diventare una guida turistica o un catalogo per appassionati di motori. Il libro dà ordine a quel flusso. La Panda resta la costante visiva, ma il soggetto vero diventa l’Italia: frazioni, montagne, coste, campagne, isole, borghi del Centro e del Sud interno, posti dove il tempo procede con meno ansia.
La Panda originale, lanciata nel 1980 e progettata da Giorgetto Giugiaro, nasce con un’idea pratica: piccola fuori, sfruttabile dentro, semplice, capace di stare nella vita quotidiana. Di Nepi la definisce l’utilitaria degli italiani dal 1980 al 2003, la macchina delle famiglie cariche di cibo per andare al mare, della classe lavoratrice, di chi aveva bisogno di spazio e resistenza più che di rappresentazione. Una macchina povera solo in apparenza, accompagnata da dettagli diventati costume: i sedili totalmente reclinabili, il bagagliaio pensato con una capienza sorprendente, la duttilità di chi fa molte cose senza mettersi in mostra.
Eppure, sarebbe facile cadere nella trappola della nostalgia. Raccontare i paesi come luoghi puri, lenti, fermi, più veri per definizione. La Panda sporca la cartolina, la riporta a terra. Nei centri piccoli vive ancora, lavora ancora, serve ancora. In città, dice Di Nepi, viene spesso schiacciata dall’arroganza visiva dei Suv e penalizzata dai limiti legati ai consumi; nei paesi ritrova dignità perché resta uno strumento. Qui la contraddizione diventa interessante: guardiamo un’auto vecchia, ma parliamo di futuro. Parliamo di paesi come possibile ripartenza, anche rispetto a città rese più dure dall’inflazione immobiliare e accessibili a cerchie sempre più ristrette.
Forse, allora, non dobbiamo scegliere tra città e paese, tra nostalgia e progresso, tra vecchio e nuovo. Dovremmo solo chiederci perché certe cose comuni tornano a sembrarci importanti solo quando qualcuno ce le rimette davanti, dentro una foto. Una Panda parcheggiata male può raccontare più di un manifesto sul territorio. Può ricordarci che l’appartenenza abita nei dettagli, negli oggetti senza posa, nei mezzi che continuano a partire anche quando sembrano aver già visto tutto.
Alla fine, l’Italia vista dal finestrino di una Panda appare più vicina. Ha il rumore di un motore conosciuto, la polvere sulle portiere, una curva presa piano, il bar sulla piazza, qualcuno che saluta passando. Non promette di portarci lontano. A volte basta che ci riporti un po’ a casa.