Negli ultimi anni, alcuni termini si sono diffusi prima nell’internet, poi nelle chat private o conversazioni dal vivo. È successo per la loro capacità esplicativa di creare immagini col minimo sforzo, in anni in cui le piattaforme hanno richiesto contenuti sempre più brevi, la soglia di attenzione si è abbassata e l’avvento dell’AI ha moltiplicato un linguaggio spicciolo. L’esempio più lampante è l’attributo “tossico”: utilizzato per descrivere comportamenti disfunzionali, è finito per diventare come la salsa di soia versata in cucina un po’ a caso perché “tanto sta bene su tutto”.

Qualcosa di simile, con sfumature diverse, sta succedendo con il termine “performativo” che, nel momento “onlife” in cui viviamo, avrebbe dovuto significare: fare qualcosa più per essere visto che per ottenere un effetto reale. La sua diffusione “pop” è coincisa qualche anno fa con la critica ai sedicenti “attivisti performativi”. In alcuni casi sensata ma, presto, l’obiezione si è palesata per quello che era: spesso i critici erano i primi a voler performare su chi accusavano, creando un cortocircuito.

Da allora sono passati secoli, e “performativo” si è affermato come un contenitore ampio, tirato in ballo per descrive una “posa”, la foga di voler ottimizzare (pardon, “maxximizzare”) un’esperienza, anche per postarla con lo storytelling che più ci rappresenti al meglio (a prescindere dall’estetica), in una società volta alla produttività. Ammettiamolo: è capitato a molti di sperimentare una défaillance performativa. Il termine però sta perdendo di significato: pare che chiunque - chiunque - faccia qualcosa o lo posti venga subito bollato come “performativo”. Sembra che qualsiasi comportamento rischi di essere sospetto, dentro e fuori dai social. Una passeggiata in compagnia di se stessi? Performativa. Lettura al bar? Performativa. Non postare più nulla sui social? Performativo. La becera performatività esiste eccome, ne siamo invasi, ma, ammesso che ogni gesto pubblico contenga una quota di rappresentazione, c'è comunque una bella differenza col vivere o condividere qualcosa per godersela o volerci fare anche bella figura.