Il film italiano che fa propaganda su Gaza
di Dario Morgante, Dario De PascaleLe venticinque pagine che compongono il pdf volto a pubblicizzare l’ultimo lavoro cinematografico della casa di produzione cinematografica MasiFilm srl si aprono con un’immagine dominata da toni grigi e da un’estetica cupa e tragica. Un grande aereo militare a quattro eliche, simile ad un Lockheed C-130 Hercules, aereo da trasporto tattico militare occupa il centro dell’immagine e sovrasta un paesaggio devastato, costituito da palazzi sventrati e cumuli di rovine. Sullo sfondo, appena distinguibili, alcuni soggetti: una donna che stringe a sé un bambino, un’altra con la mano sul volto, e poco più in là un uomo che spinge una bicicletta tra i detriti.
Al centro campeggia il titolo, "Linea di difesa", con l’ultima parola, più grande delle altre, colorata dal tricolore italiano, unico elemento cromatico in una composizione altrimenti spenta. In basso, il sottotitolo: Gaza. È questa la copertina di un progetto cinematografico ambizioso, dedicato alle missioni speciali italiane nei contesti internazionali di crisi e realizzato con «la collaborazione e il supporto» della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, del Ministero della Difesa, dello Stato maggiore della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dell’Unità di crisi della Farnesina. Il primo capitolo della saga sarebbe incentrato sull’operato dell’Agenzia italiana per la sicurezza e l’intelligence esterna (AISE) nella Striscia di Gaza.
Il 27 maggio, il progetto è stato ufficializzato pubblicamente attraverso un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm, con la partecipazione di HBO. Nella nota, “Linea di difesa – Gaza” viene presentato come un «action ispirato a fatti reali» sulle operazioni dell’intelligence italiana e delle forze speciali impegnate nell’evacuazione «di bambini palestinesi feriti dai bombardamenti israeliani». Un annuncio che conferma pubblicamente l’esistenza del progetto e il coinvolgimento diretto di apparati dello Stato nella sua realizzazione.
Nel dossier di presentazione – un documento interno destinato agli addetti ai lavori, che abbiamo visionato in anteprima – il film viene presentato come un’opera «che mostra come mai è stato fatto prima il delicato lavoro dell’intelligence italiana e delle forze speciali d’élite», costruito attorno a «un’operazione ad alto rischio, ispirata a fatti reali, per evacuare bambini feriti da Gaza». Va qui precisato che il documento non riporta la sceneggiatura integrale e che potrebbe quindi subire variazioni. Dalle informazioni essenziali, contenute nella scheda del lungometraggio, emergono i principali dati produttivi che trovano riscontro anche nel database pubblico delle opere del Ministero della Cultura, consultabile tramite il sistema DGCOL. La durata prevista è di un’ora e quaranta minuti, il costo stimato gravita attorno ai sette milioni e mezzo di euro per il solo primo capitolo, mentre la regia è affidata ad Alessandro Tonda e la sceneggiatura firmata da Andrea Nobile e Lorenzo Bagnatori.
La vicenda si sviluppa attorno a una missione umanitaria, la cui narrazione è affidata sin da subito a toni eroici e gloriosi. «Per portare fuori da Gaza un gruppo di bambini feriti un’analista dei servizi segreti italiani e un veterano delle forze speciali passato all’AISE guidano un corridoio umanitario con mediazione vaticana», in «una missione cruciale che mette alla prova coscienza e lealtà» recita la sinossi del film. Il racconto seguirebbe una traiettoria che unisce livelli diversi, «dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana fino al perimetro operativo», costruendo una continuità tra decisione politica e intervento sul campo, dove «ogni parola è un atto, ogni atto lascia traccia».
All’interno di questa struttura narrativa si svilupperebbero le vicende dei protagonisti. Alice Biasin, trentacinque anni, è descritta come una «brillante targeting officer dell’AISE», proveniente dalla Polizia di Stato e con una formazione accademica come esperta di Medio Oriente. È una figura costruita come “mente” analitica, «abituata a leggere il mondo attraverso dati, pattern, algoritmi e intelligenza artificiale», ma spinta a uscire dal ruolo tecnico: «non si accontenta di stare dietro la scrivania», cerca spazio e azione. Il personaggio sarebbe interpretato da Sara Serraiocco, attrice classe 1990 formatasi al Centro sperimentale di cinematografia.
Accanto a lei, Ettore, cinquant’anni, ex incursore del Col Moschin e ora agente operativo dell’AISE sotto copertura. Il dossier lo descrive come un uomo segnato da «anni di missioni ad alto rischio» che lo hanno trasformato profondamente. Alla dimensione operativa si affianca quella personale: «il senso di colpa per il rapporto difficile con la moglie Emma e il figlio Marco» e «il trauma della perdita del suo “coppio”», termine con cui, in gergo militare, viene indicato il partner operativo più stretto nelle operazioni militari speciali. Ettore è «un uomo pragmatico, abituato al peso delle decisioni», ma attraversato da «una continua lotta interiore». L’agente sarebbe interpretato dal celebre Stefano Accorsi.
Intorno a loro si muovono i personaggi secondari, che contribuiscono a definire il contesto dell’operazione e che offrono ulteriori spunti di analisi delle intenzioni del lungometraggio. Padre Isaiah, cinquantanove anni, è un francescano di origine egiziana, descritto come «ponte tra più mondi», impegnato da tempo nella mediazione tra le parti in conflitto a Gaza e «stimato da tutte le fazioni», colui che rende possibile il corridoio umanitario.
Infine, Asif, tredici anni, «palestinese, orfano e mutilato di guerra» che ha perso un braccio, oltre alla sua famiglia «in un bombardamento», i cui autori, però, non sono specificati. Il suo carattere viene definito «ruvido» ma segnato da «una grande dignità», al punto che il suo nome - “Asif” - significa «fiero».
I protagonisti «dovranno attraversare non solo i confini di un conflitto devastante, ma anche i meandri più profondi della loro anima», recita il documento, con una formulazione che ricompone l’intero impianto del progetto: la guerra ridotta a mera cornice narrativa e l’intervento italiano al centro, sostenuto da un lessico eroico e propagandistico. Resta però un gigantesco elefante nella stanza: nelle oltre venticinque pagine del dossier, infatti, non emerge mai il ruolo di Israele e la sua responsabilità della pulizia etnica della Striscia di Gaza e del genocidio del popolo palestinese. L’unico riferimento compare nella parte della sinossi in cui si legge che «la mediazione di Padre Isaiah apre il primo canale, ma i servizi israeliani pretendono garanzie, tempi, controllo». Una presenza marginale, confinata a un passaggio tecnico, che non incide mai sulla costruzione complessiva del racconto né tantomeno fa trasparire una reale responsabilità della devastazione di Gaza. Come se nella Palestina ideata dalla MasiFilm, in collaborazione con svariati ministeri italiani, le bombe cadessero da sole dal cielo.
Questa impostazione non è passata inosservata nemmeno a chi è entrato, anche solo marginalmente, in contatto con il progetto. A confermarlo è la testimonianza di un giovane attore di 24 anni, che ha chiesto di restare anonimo, contattato per un provino relativo al secondo capitolo della trilogia, provvisoriamente intitolato "Linea di difesa - Luna nera".
Il dossier gli arriva a fine febbraio tramite la sua agente, circa due settimane prima del provino. Il primo impatto è immediato: «La prima cosa che ho visto è stato il titolo, con la bandiera italiana dentro le lettere. Mi ha fatto strano subito». Da lì inizia a leggere con attenzione tutto il materiale: «Ho letto la trilogia, i produttori, il regista, ho cercato di capire di che cosa trattasse il progetto». La sensazione, però, cambia rapidamente. «Mi sembrava che ci fosse una glorificazione dell’esercito. Poi ho visto il patrocinio, i ministeri coinvolti, e lì ho iniziato ad avere dei dubbi. Ho continuato a pensarci fino all’ultimo».
Nonostante le perplessità, decide di presentarsi al provino. Il ruolo proposto è quello di uno degli agenti coinvolti nella missione: un personaggio emotivamente fragile, «un po’ l’anello debole del gruppo, quello che vuole mollare ma viene spinto dagli altri a restare». La preparazione al casting, però, è minima. «Ti danno una breve descrizione del personaggio, qualche caratteristica. L’unica cosa che chiedevano era una certa struttura fisica. Per il resto era tutto molto aperto».
È all’inizio del provino che emergono le frizioni. Come spesso accade, gli viene chiesto se abbia domande o dubbi sul progetto. «La prima cosa che ho chiesto è stata cosa volessero trasmettere con questo film». La risposta, racconta, è stata netta: «Mi hanno detto che era solo intrattenimento». A quel punto decide di esplicitare le sue perplessità: «Ho risposto che non mi sembrava affatto solo intrattenimento, ma che ci fosse una volontà chiara di raccontare una certa visione del ruolo dell’Italia in questo contesto».
Da lì la conversazione si irrigidisce. «Continuavano a dirmi che non stavano cercando di raccontare nulla di quello che pensavo. Io invece insistevo sul fatto che mi sembrasse evidente una glorificazione». Nel tentativo di giustificare il progetto, il casting director cita Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. «Ma è un esempio che non c’entra nulla», osserva l’attore. «È un film che fa una critica durissima, non una celebrazione». Il confronto prosegue su altri esempi cinematografici, senza però trovare un terreno comune.
La situazione si fa progressivamente più tesa. «Ho avuto la sensazione che si stessero scaldando. Camminava intorno al tavolo, la conversazione diventava sempre più difficile». A un certo punto gli viene chiesto perché si sia presentato al provino. «Ho risposto che ero lì per lavorare, ma anche per capire. Mi avevano fatto delle domande, stavo rispondendo». La replica è immediata: «Se non vuoi farlo, puoi anche andartene». L’attore prova a mantenere la posizione: «Ho detto che ero lì per fare il provino, che se volevano potevano interromperlo loro». A quel punto il casting director apre la porta e lo invita a uscire. «Mi ha detto “fuori”. Io ho ringraziato e sono andato via».
Un episodio che definisce senza precedenti nella sua esperienza: «È la prima volta che un provino finisce così». A colpirlo non è solo la dinamica, ma soprattutto il clima. «Non ho percepito un dialogo sincero. Era come se non si potesse affrontare davvero il punto della situazione». Anche il confronto successivo con la sua agente conferma questa impressione: «Mi ha chiamato subito per chiedermi cosa fosse successo. Io le ho detto che avevo solo fatto delle domande».
Tra i colleghi, racconta, le reazioni sono simili. «Alcuni amici hanno fatto il provino. Quando gli ho raccontato cosa era successo, mi hanno detto che anche a loro qualcosa non tornava. Non so come sia andata a finire per loro, ma c’era una sensazione condivisa». Non parla di un rifiuto esplicito, ma di un disagio diffuso: «C’era qualcosa che puzzava, anche se molti magari non ci avevano fatto troppo caso all’inizio». La produzione della trilogia è affidata a Masi Film srl di Massimiliano Di Lodovico, e Rai Cinema.
MasiFilm, fondata a Roma nel 2013, è una casa di produzione cinematografica ampiamente riconosciuta a livello nazionale e internazionale. L’azienda ha prodotto nel tempo una vasta filmografia che spazia tra cinema d’autore, documentari e contenuti televisivi. Nel catalogo figurano titoli molto diversi tra loro, come Il turno di notte lo fanno le stelle - cortometraggio tratto da Erri De Luca e premiato al Premio Tribeca -, il documentario "Brunello, il visionario garbato" di Giuseppe Tornatore, "Elena del ghetto", recentemente distribuito su RaiPlay, e "MuchoMàs", documentario sulla vita dell’imprenditore influencer Gianluca Vacchi.
All’interno di questa varietà, tuttavia, negli ultimi anni sembra emergere un filone sempre più riconoscibile: opere legate a vicende storiche, figure simboliche o contesti di guerra e sicurezza, in cui il racconto si intreccia con una dimensione identitaria e istituzionale. È in questo solco che si colloca soprattutto "Il Nibbio", film dedicato a Nicola Calipari, funzionario dell’intelligence italiana ucciso in Iraq nel 2005. Proprio "Il Nibbio" viene indicato nel dossier come «una case history di successo» e rappresenta il precedente più diretto di Linea di Difesa - Gaza. Lo schema appare chiaramente replicato: una storia legata agli apparati dello Stato e a un contesto bellico, un attore di primo piano al centro della narrazione – allora Claudio Santamaria, oggi Stefano Accorsi – e una rete estesa di partner istituzionali.
Nel caso de "Il Nibbio", i soggetti coinvolti sono stati vari e di primissimo piano. «Netflix, Rai, Eurimages, Ministero della Cultura», insieme al «patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri», al coinvolgimento dell’«AISE», dell’«ambasciata degli Stati Uniti in Italia», del «Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale» e della «Fondazione Med-Or Leonardo». Quest’ultima è la fondazione creata nel 2021 da Leonardo spa, principale gruppo industriale italiano attivo nei settori dell’aerospazio, della sicurezza e della difesa, al centro di numerosi report internazionali per il suo ruolo nel genocidio della popolazione palestinese.
Nessuno della MasiFilm srl, contattata al fine di garantire il diritto di replica, ha risposto alle domande rivoltegli. Il film è attualmente al centro del procedimento amministrativo necessario per accedere al credito d’imposta (tax credit), un incentivo automatico e non competitivo previsto per le opere audiovisive. L’iter si articola in più fasi: si apre con la richiesta di riconoscimento della nazionalità italiana provvisoria - da presentare prima dell’inizio delle riprese - condizione indispensabile per poter accedere al beneficio. Segue la domanda preventiva di tax credit, in cui il produttore comunica il budget stimato e le caratteristiche del progetto, ottenendo una prima valutazione sull’eleggibilità e sull’importo teorico del credito. Solo al termine della lavorazione viene presentata la richiesta definitiva, basata sui costi effettivamente sostenuti, che consente la quantificazione finale dell’incentivo.
In questo quadro, il 9 febbraio 2026 la Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura ha riconosciuto la nazionalità italiana in via provvisoria a “Linea di difesa – Gaza”, inserendolo nell’elenco ufficiale delle opere che soddisfano i requisiti culturali previsti dalla normativa. Si tratta di un passaggio preliminare indispensabile: solo le opere riconosciute come “italiane” possono accedere al sistema del credito d’imposta.
Il 31 marzo 2026 il progetto ha compiuto un ulteriore avanzamento: con decreto direttoriale è stata infatti riconosciuta l’idoneità al tax credit, cioè l’eleggibilità al principale incentivo fiscale previsto per il settore audiovisivo Non si tratta di un atto formale, ma del passaggio che consente concretamente al produttore di accedere al beneficio economico, sulla base dei costi dichiarati e delle caratteristiche dell’opera.
Il tema dei fondi pubblici destinati al cinema è tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane. Nei primi giorni di aprile il Coordinamento Autori Autrici, che riunisce attori, registi e addetti ai lavori, ha pubblicato una lettera aperta con la quale contesta il taglio di 90 milioni al Fondo per il cinema e l’audiovisivo nel 2026. Il decreto di riparto firmato dal Ministero della cultura segna infatti uno spostamento significativo delle risorse: da un lato la riduzione dei fondi destinati al sostegno diretto della produzione nazionale - che comprende contributi automatici, selettivi e promozionali - dall’altro l’aumento fino a 100 milioni del tetto per il tax credit internazionale, pensato per attrarre produzioni estere in Italia. Una scelta che, secondo i firmatari, privilegia la dimensione industriale e l’indotto economico rispetto al sostegno alla creatività e alla produzione indipendente.
All’interno di questo quadro si inserisce anche il tema, distinto ma collegato, dei contributi selettivi, disciplinati dall’articolo 26 della legge 220/2016. Si tratta di finanziamenti diretti assegnati da commissioni ministeriali su base qualitativa e discrezionale, e non di incentivi automatici come il tax credit. Proprio su questo terreno si è aperto uno dei casi più controversi degli ultimi mesi: quello relativo a un progetto cinematografico sul caso di Giulio Regeni, inizialmente escluso dai contributi selettivi e poi riammesso dopo un riesame. La vicenda ha sollevato interrogativi sulla trasparenza e sui criteri di valutazione adottati dalle commissioni, alimentando il sospetto di interferenze politiche su opere considerate sensibili per i rapporti internazionali dell’Italia.
Nel caso di "Linea di difesa – Gaza", però, il percorso è diverso. Il progetto, al momento, non risulta coinvolto nel canale dei contributi selettivi, ma segue la via del tax credit, cioè dell’incentivo automatico basato sui costi di produzione.
A rendere il caso peculiare è però un altro elemento: il coinvolgimento diretto di numerosi apparati dello Stato. Il dossier indica esplicitamente che il film è realizzato con «la collaborazione e il supporto» della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’AISE, del Ministero della Difesa, dello Stato Maggiore della Difesa, del Ministero degli Affari Esteri e dell’Unità di crisi della Farnesina. Tuttavia, non viene specificata la natura concreta di questo coinvolgimento: non è chiaro se si tratti di un supporto logistico, consulenziale, operativo o meramente istituzionale.
Su questo punto, le richieste di chiarimento inviate alle istituzioni coinvolte non hanno ricevuto risposta. Un silenzio che lascia aperta una questione rilevante: quale sia, in concreto, il grado di partecipazione dello Stato nella costruzione di un’opera che si propone di raccontare il ruolo dell’Italia in uno scenario di guerra contemporaneo.
Il precedente de "Il Nibbio" offre un termine di confronto utile. In quel caso, il progetto aveva ottenuto il patrocinio ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, oltre al coinvolgimento diretto di diversi apparati istituzionali. Una forma di riconoscimento esplicito che chiariva il rapporto tra produzione cinematografica e istituzioni.