Nell’ultima puntata di “Belve Crime”, Francesca Fagnani ha intervistato Soter Mulè, condannato in via definitiva per omicidio colposo per la morte di Paola Caputo, avvenuta nel 2011 durante una sessione BDSM che prevedeva bondage e pratiche di asfissia erotica (breath play).

Secondo la ricostruzione processuale, Caputo morì soffocata mentre era legata, e Mulè non riuscì a liberarla in tempo perché, come hanno fatto notare persone vicine al BDSM, non era stata rispettata una regola assolutamente basilare: avere strumenti a portata di mano per tagliare subito le corde.

Ora: Fagnani è sempre molto preparata, e il format originale di Belve - come ho scritto qui - resta uno dei programmi di interviste più interessanti degli ultimi anni, ma ci sono due cose da dire.

La prima è che la versione Crime di “Belve” è stata sempre meno convincente del format originale, soprattutto per una questione di ordine generale, che riguarda il modo in cui viene raccontato il crime (che va fortissimo) in questo Paese: quasi sempre in una maniera piuttosto pruriginosa, tra psicologizzazione spiccia e uno storytelling che punta soprattutto all’emotività.

La seconda è che Fagnani, come sempre, dimostra di aver studiato molto, anche il BDSM, ma emerge anche che alcune sfumature non le abbia davvero comprese. Tralasciando la svista sull’acronimo pronunciato in modo scorretto, sono soprattutto la postura e l’impostazione di certe domande o affermazioni a lasciare perplessi. 

Quando insiste sull’“attrazione per i nodi”, sembrando suggerire che sia qualcosa da leggere in chiave patologica, o chiede all’intervistato se abbia mai “sentito una forma di repressione”, finisce per rafforzare un’idea che pratiche di dominazione e sottomissione debbano per forza essere ricondotte a traumi o inclinazioni da spiegare. Quando invece un sacco di persone normalissime amano queste pratiche senza che ci sia nulla da giustificare.

C’è poi un altro passaggio significativo, quando Fagnani chiede sostanzialmente se Mulè fosse in grado di provare “stima, fiducia o amore” al di fuori del sesso sadomaso. Ed è qui che emerge una confusione altrettanto diffusa: associare automaticamente il BDSM a a una deviazione affettiva, quando per moltissime persone queste pratiche possono assumere molti significati, a prescindere che ci sia il sesso o l’amore romantico di mezzo. 

Detto questo: magari guardando l’integrale dell’intervista capiremmo che il lavoro autoriale sia stato più accorto di quanto il montaggio lasci intendere, ma noi abbiamo visto quello che abbiamo visto. E pratiche come il bondage o il breath play sono già poco comprese dal grande pubblico. Portarle in prima serata, sulla TV pubblica che dovrebbe anche avere una funzione educativa, legandole quasi esclusivamente a un caso di morte, rischia inevitabilmente di produrre stigma e alimentare ulteriori moralismi non necessari. Autore: @viniligram