Abbracciare le proprie stranezze, con l’età, è una grande liberazione
di Vincenzo LigrestiL’altro giorno ho provato un nuovo corso in palestra: accanto a me c’era una signora sulla settantina in reggiseno sportivo, collant coloratissimi, bandana, occhiali e borraccia sopra le righe. L’ho osservata per un attimo stupito, poi con profonda ammirazione: se arriverò alla sua età, ho pensato, voglio sbattermene di tutto e tutti come lei. Per fortuna, a quanto pare, fregarsene (nel rispetto degli altri) è un’arte che con l’età tendiamo ad affinare: in uno studio della Texas A&M University condotto da Rebecca Schlegel, è emerso che i partecipanti, di età compresa tra i 19 e i 67 anni, percepivano di avvicinarsi sempre di più al proprio io autentico man mano che avanzavano nei “capitoli” della loro vita.
È una presa di coscienza sottolineata anche da un altro studio del dipartimento di psicologia dell’Università della Pennsylvania, condotto da Jaime J. Castrellon, secondo cui la “secondo cui la suscettibilità al conformismo sociale” si riduce notevolmente con l’età. In tal senso, Jancee Dunn, giornalista sessantenne del New York Times, ha scritto che “diventare più strani senza provare imbarazzo è una delle parti migliori dell’invecchiare”. In sostanza, più si accumula esperienza, più ci si rende conto che il tempo a disposizione è poco, più viene naturale dare meno importanza all’opinione altrui; che è molto forte in gioventù, quando si spendono un sacco di energie nel cercare di “convincere gli altri della persona che vorremmo essere”.
Ma se iniziassimo a fregarcene tutti un po’ prima? O se stesse già accadendo? Basti pensare alla parabola del termine “cringe”: prima i giovani lo hanno usato spietatamente per definire ciò che era imbarazzante, poi dopo qualche anno se ne sono riappropriati, in barba al sentire comune, rivendicando la propria “cringness” in alcune abitudini. Un po’ come i 30-40enni che, durante la pandemia, sono sbucati allo scoperto con le loro collezioni di Pokémon o Lego. La vita è breve e spesso non c’è nulla di così “strano”, se si tolgono i filtri che ci sono stati messi davanti per farci pensare, anche solo per un attimo, che qualcosa lo fosse. Vedasi, per esempio, alla voce: outfit della mia compagna di corso.