A Siena la polizia ha denunciato a vario titolo per i reati di detenzione illegale di armi, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico e apologia del movimento fascista e nazista 13 ragazzi minorenni nella zona. Su diverse chat inneggiavano all’odio e alla violenza contro stranieri e immigrati, che si preparavano a colpire attraverso spedizioni punitive. Condividevano contenuti di stampo suprematista, nazionalsocialista, negazionista e utilizzavano il nome  “Format 18”, legato a un ex gruppo neonazista russo con sede a Mosca.

Gli adolescenti proponevano di utilizzare armi ed esplosivi artigianali anche modificando delle pistole scacciacani. Nelle abitazioni di due di loro sono stati rinvenuti e sequestrati un fucile a doppia canna, idoneo a sparare, e delle cartucce calibro 9.  Il gruppo aveva una fitta rete di rapporti con altri gruppi virtuali di estrema destra, tutti accomunati dall’ideologia suprematista. Quella di Siena è solo l’ultima di una serie di inchieste che hanno coinvolto adolescenti radicalizzati negli ultimi tempi.

A fine marzo a Perugia è stato arrestato un 17enne che progettava una strage neonazista in una scuola. Il mese successivo la stessa sorte è toccata a un 19enne che promuoveva discriminazione raziale, neofascismo, neonazismo e antisemitismo. Casi simili sono da anni in crescita a livello internazionale, come racconta il giornalista Leonardo Bianchi nel libro “Le prime gocce della tempesta” (Solferino Libri, 2024).

«Per molti anni ci si è concentrati esclusivamente su fenomeni di matrice jihadista, non rendendosi conto che nelle pieghe di Internet – in particolare in spazi come 4chan, ma non solo – e nelle piattaforme social si stava affermando un nuovo tipo di estremismo di destra», dice Bianchi a VD. A renderlo particolarmente pericoloso è la sua accessibilità. «Un estremismo fluido e frammentato, slegato dai movimenti e dai partiti neofascisti, in cui la barriera d’ingresso è bassissima, quasi inesistente – continua – non serve fare attivismo di strada o partecipare a manifestazioni, ma semplicemente unirsi a gruppi e chat prevalentemente chiuse».

Meme e altro materiale audiovisivo giocano quindi un ruolo fondamentale nella radicalizzazione. I riferimenti principali a cui ispirarsi sono gli attentatori di nuova generazione, come Anders Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 a Oslo e Utøya e Brenton Tarrant, che il 15 marzo 2019 ha sparato in una moschea e in un centro islamico di Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 51 persone. Secondo Bianchi, gli adolescenti «sono affascinati dalle versioni memetiche del nazifascismo, quelle cioè che si sono adattate a un certo tipo di cultura digitale e alla raccomandazione algoritmica».

«In questo senso – continua – non c’è bisogno di formarsi sui testi di riferimento, né tanto meno fare un periodo di militanza attiva: basta consumare il content memetico nazifascista, che ora è in larga parte prodotto dall’intelligenza artificiale».  Il problema è che il passo successivo alla condivisione di un santino di un terrorista è imbracciare un’arma. In questo anche la destra istituzionale ha le sue colpe. «Se nel 2011 il manifesto di Breivik sembrava troppo estremo, adesso quelle stesse idee figurano tranquillamente nei programmi dei partiti. Lo sdoganamento di teorie come il “marxismo culturale” o la “sostituzione etnica” è lì a dimostrarlo», spiega Bianchi. «Anche se si fa finta che non sia così, la normalizzazione di queste teorie è chiaramente un vettore di radicalizzazione. Per ogni politico che parla di “sostituzione etnica” o “remigrazione”, da qualche parte c’è inevitabilmente qualcuno che pensa di passare all’azione».