Sako Bakari, 35 anni, bracciante maliano, è stato ammazzato a Taranto nella notte tra il 10 e l'11 maggio in piazza Fontana, nel centro storico.  Le telecamere di sorveglianza hanno registrato l'intera sequenza: un gruppo di cinque ragazzi, quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni e un ventenne, lo aggredisce senza un apparente motivo lungo il suo tragitto in bicicletta verso la stazione. 

Dopo il pestaggio, uno dei quindicenni lo colpisce tre volte con un coltello, due al torace e uno all'addome. Quando arrivano i soccorsi Bakari è già morto, senza che nessuno abbia provato ad aiutarlo, nemmeno quando ha provato a rifugiarsi in un bar. Bakari viveva a Taranto dal 2022. Come spiega La Stampa, anche se al momento l’aggravante razziale non è stata contestata, dalle indagini in corso emerge che il pestaggio sia frutto di una «caccia allo straniero».

I media hanno parlato di lui come di un «immigrato regolare», che lavorava e pagava le tasse. Dettagli che sembrano essere stati inseriti per sottolineare come, almeno in questo caso, la sua morte sia più ingiusta di tante altre che avvengono, invece, lontane dai confini della legalità. Ieri, 12 maggio, un cameriere di 23 anni è stato accoltellato a Prato, anche lui da alcuni minorenni. Come fa notare Valentina Petrini sulla Stampa, in questo caso, però, non è stato necessario specificare che avesse un regolare contratto di lavoro, che pagasse sia l’affitto che le tasse. 

Come spiega sempre sulla Stampa don Emanuele Ferro, parroco di San Cataldo e delle chiese della città vecchia di Taranto, è «perché siamo razzisti e non riconosciamo uguale dignità a tutte le persone. L’unica spiegazione per me è questa, è una ferita che ha radici lontane». Se fosse stato “irregolare”, la morte di Bakari probabilmente avrebbe avuto un peso diverso. Del resto, l'essere ”integrati” è un dettaglio che è sempre pesato nel racconto giornalistico di episodi simili e nella loro percezione da parte dell’opinione pubblica. 

Ad esempio, Di Khan Muhammad Shanzad, ucciso da un minorenne a Roma del 2014, si è specificato che si trattava di un «regolare in Italia ma senza fissa dimora». Nel caso invece di Satnam Singh, il bracciante morto a Latina nel 2024, che «non aveva il permesso di soggiorno». Bakari era un immigrato “perbene”, di quelli che mettono d’accordo quasi tutti, da destra a sinistra, perché sono risorse economiche e gran lavoratori. Forse proprio per questo la sua vita vale di più di quella del bracciante, di cui alcuni nemmeno riportano il nome, morto bruciato vivo nel Foggiano.