Qualche giorno fa, la puntata di Quarto Grado ha aperto sul caso Garlasco con uno dei brani più trasmessi dell’ultimo Festival di Sanremo, una di quelle canzoni che probabilmente continueremo a sentire per tutta l’estate, tra aperitivi e stabilimenti balneari: Ossessione di Samurai Jay. In studio, una gigantografia con la scritta “OSSESSIONE”, il disegno di un cervello - l’ossessione mentale (?) - e sugli schermi le immagini di Andrea Sempio.  Agganciandosi al testo della canzone, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha preso la parola e ha costruito il suo editoriale: «L’ossessione è quella di Andrea Sempio per Chiara, quella per Alberto Stasi. Poi l’ossessione di Marco Poggi per l’innocenza di Sempio, l’ossessione della famiglia Poggi contro chi indaga, quella di alcuni giornalisti nel difendere la condanna. L’ossessione è il perno».

Guardando questa scena ho provato subito un certo disagio. Non tanto, o non solo, per l’accostamento tra una hit pop dal ritmo latino - che probabilmente balleremo o canticchieremo ancora a lungo sullo chalet o durante un aperitivo - e un caso di cronaca nera, quanto per il fatto che tutto sembrasse costruito per avere una vita propria fuori dalla trasmissione.  Non solo televisione, ma contenuto già pronto per la sua seconda esistenza algoritmica. Del caso Garlasco si parla ovunque. È apertura dei giornali, materia prima di intere trasmissioni e palinsesti televisivi ma non solo, perché anche creator e influencer online producono ormai contenuti sul tema a ritmo forsennato, con ottimi ritorni in termini di visualizzazioni e interazioni.

Spuntano file audio “esclusivi” dell’indagato, appunti privati, ricostruzioni 3D, puntate YouTube, podcast quasi serializzati e persino video con avatar AI che promettono di “mettere in fila i fatti”.  Ogni minimo aggiornamento viene trasformato in materiale da consumo e rivenduto come informazione o inchiesta, quando nella maggior parte dei casi non è né l’una né l’altra cosa, ma voyeurismo da salotto, content spesso anche di bassissimo livello da dare in pasto al pubblico. In questo enorme polpettone di contenuti, in questo rumore collettivo, il delitto di Garlasco sembra ormai debordato ovunque, contaminando anche ciò che non ha alcun legame con l’omicidio. Perfino i video di frutta realistica. Una pasticceria di Garlasco, che ovviamente non ha nulla a che fare con l’omicidio, da mesi è sommersa di commenti ironici e dark humor sul caso solo per il fatto di trovarsi lì e pubblicare contenuti online. «Qua a Garlasco, città famosa per le sue brioche», dice un dipendente in un video promozionale.  Tanto basta affinché si accumulino, sotto, commenti come: «Dov’eri il 13 agosto 2007?», «I giornalisti fanno colazione lì da 19 anni», «Per sicurezza ho conservato lo scontrino». In un video della pasticceria in cui viene sponsorizzata frutta realistica, ancora, si legge: «Fate anche ricostruzioni realistiche del 13 agosto 2007?». 

Lo stesso è accaduto al profilo TikTok del festival Risomania Garlasco, il cui video (circa 550mila visualizzazioni) si apre con: «C’è un rumore che a Garlasco conosciamo tutti, è il suono della tradizione». Anche lì, una valanga di commenti: «sono in eStasi, che bell’eSempio per i giovani di Poggi», «Ma se chiedo il bis mi danno il 41?». È qui che si vede fino a che punto la vicenda sia stata assorbita dalla macchina del contenuto. Il delitto non è più soltanto cronaca, ma un vero e proprio fenomeno culturale, un materiale narrativo che produce share e che, proprio per questo, continua ad alimentarsi sulle piattaforme e in tv.

Tutto questo mentre al centro resta un omicidio: quello di Chiara Poggi. Una ragazza morta quasi vent’anni fa, trasformata ancora una volta in materiale su cui costruire l’ennesimo programma tv. Una famiglia costretta a vedere quella vicenda riesumata ciclicamente. Ancora, un condannato definitivo, Alberto Stasi, trasformato in personaggio permanente. Infine, un nuovo indagato macinato dal circuito mediatico prima di qualunque eventuale giudizio. Forse è proprio questo l’aspetto più disturbante: non tanto il cattivo gusto di una singola sigla o l’ennesima “esclusiva”, quanto il fatto che tutto questo ci sembri ormai normale. Un delitto entra nel flusso infinito dei contenuti, si mescola ai reel, ai meme, alle strategie di engagement, fino a perdere qualsiasi eccezionalità, fino a diventare una cosa tra le altre: certo una notizia con cui aprire giornali, trasmissioni e tirare su podcast, ma in fondo indistinguibile dal resto del flusso.