C’è una forma di tortura sociale da cui, tranne quando strettamente necessario - e per strettamente necessario intendo compleanni e matrimoni -, cerco di stare alla larga: le tavolate con troppe persone. Non è misantropia, piuttosto il contrario: amo la combo buon cibo e socialità, ma evito contesti in cui i commensali superano di gran lunga gli scambi interessanti, mentre tento di conquistare l’ultima porzione dell’unico antipasto condiviso che mi piace davvero.

Per quanto mi riguarda, più persone non significano più compagnia, ma solo un sovraccarico confusionario, tra conversazioni riempitive che si sovrappongono e mani che si allungano per passarsi piatti da un capo all’altro del tavolo. Con l’aggiunta, nel peggiore dei casi, anche della fastidiosa quota “prendo il piatto più caro di tutti, tanto si paga alla romana”, o della presenza del “one man show” pronto a monopolizzare l’attenzione generale.

Per molto tempo, ho pensato di essere io il problema: troppo timido, distratto, annoiato? Sono tornato anche spesso a casa con del senso di colpa per essere entrato, come mi hanno spiegato tempo fa in terapia, nell’“introvertito-mode”: una sorta di stato in cui ci si ritira “mentalmente” quando si vorrebbe scappare, soprattutto da contesti affollati.

Forse la verità sta nel mezzo, ma sono convinto che la soddisfazione di un pasto in compagnia dipenda molto dal numero di sedute al tavolo. In questo senso, un principio della psicologia sociale, chiamato small group dynamics, spiega che sono i piccoli gruppi (da 2 a 6 persone) a favorire interazioni più equilibrate e davvero capaci di raggiungere picchi di intimità profonda, perché un’atmosfera così si crea solo in pochi, ed è quella che prediligo nei momenti che posso dedicare alla socialità.

Non ho la presunzione di dire che l’avversione alle tavolate affollate sia un grande atto di autodeterminazione ma, salvo rare eccezioni, preferisco comunque uscire a godermi le mie cerchie ristrette (magari con qualche piccola aggiunta), per cenare con calma e arrivare a sciorinare questioni che, posso assicurare, non verrebbero mai fuori, con una certa dovizia di particolari e riflessioni, durante una cena caotica.