Ho sempre odiato l’etichetta “padrone di” in relazione a un altro animale. Prima di tutto perché si possiede una casa, un’auto non un altro essere vivente. E poi perché mi ricordava molto da vicino l’espressione usata dagli schiavisti nei confronti dei loro prigionieri. Ma soprattutto, essere padrone di qualcuno implica un rapporto molto lontano da quello di cura.

Con pet si indica proprio un animale “da coccola”, da distinguere da quelli che mangiamo sulla base di una presunta consuetudine, che varia molto in base alle latitudini. Eppure gli animali non ci devono niente, nemmeno le coccole, nonostante la cuccia morbida o il giochino da decine di euro.

Per Jessica Pierce, bioeticista e autrice di "Corri, scommetti, corri: l'etica di tenere animali domestici", «Cani e gatti vengono sempre più trattati come oggetti, prodotti, un substrato, non come esseri viventi». Questo si riflette nel modo in cui alleviamo gli animali, selezionati in base alle caratteristiche che troviamo carine, docili o ipoallergeniche. Intervistata dal The Guardian, Pierce cita razze come «i carlini e i boxer, che hanno una qualità di vita compromessa per tutta la sua durata».

Quando ci capita un video di un gatto vestito da ballerina o un cane travestito da supereroe difficilmente lo segnaliamo per quello che è: una violenza su un animale.  Questo perché gli animali domestici sono diventati «i nostri figli» attraverso un processo di umanizzazione che ha a che fare più con le nostre esigenze emotive - e di mercato - che con il reale riconoscimento dei loro diritti e della loro individualità.

Come ha spiegato al The Guardian Troy Vettese, storico ambientale, «Le persone cercano amore incondizionato». Ma questo amore «si basa su un dominio assoluto sulla vita dell'animale domestico: cosa mangia, la sua sessualità, il suo affetto, la sua attività, e non si possono separare queste due cose».  Se gli animali domestici avessero più autonomia, continua, «non avremmo necessariamente in cambio questo amore incondizionato».

Non so se i miei gatti sceglierebbero lo stesso di stare con me se fossero liberi di autodeterminarsi. È anche vero che la strada trafficata dietro casa non darebbe loro molte possibilità di sopravvivenza. E comunque, una volta liberi, cosa ne sarà degli uccellini intorno e dei fragili equilibri dell’ecosistema circostante?

La messa in discussione del nostro rapporto con gli altri animali riguarda soprattutto quelli destinati al cibo umano. Eppure anche quelli “da compagnia” non se la passano per niente bene. Qualcosa, però, possiamo fare. Adottare un animale da un canile o da un gattile, non rivolgersi agli allevamenti di cani o gatti, sostenere i rifugi di animali con donazioni e volontariato sono un primo passo.

Un altro passo potrebbe essere quello di spostare il focus della relazione da noi all’altro animale. Non è lui che si deve adattare a noi e al nostro stile di vita, ma viceversa. Perché solo così possiamo essere compagni e non padroni. L'industria globale degli animali domestici è immensa – secondo un rapporto vale 320 miliardi di dollari – e sempre più umanizzata: i prodotti sfruttano il nostro desiderio di viziare gli animali e di ricoprirli di un amore tipicamente umano e consumistico.

In alcune aree del mondo esistono servizi come Uber Pet - che permette di prenotare un taxi per portare a spasso te e il tuo cane - ristoranti, hotel e luoghi di lavoro che si dichiarano pet-friendly. Eppure il rapporto è ancora profondamente sbilanciato a nostro favore. Qualcosa però possiamo fare. Adottare un animale da un canile o da un gattile, non rivolgersi agli allevamenti di cani o gatti, sostenere i rifugi di animali con donazioni e volontariato sono un primo passo. Un altro potrebbe essere quello di spostare il focus della relazione da noi all’altro animale. Non è lui che si deve adattare a noi e al nostro stile di vita, ma viceversa. Perché solo così possiamo essere compagni e non padroni.