La mattina del 25 marzo 2026, poco prima delle otto, uno studente di tredici anni ha accoltellato la sua insegnante di francese nel corridoio della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. La docente, Chiara Mocchi, è stata soccorsa e trasportata in ospedale in elisoccorso ed è sopravvissuta a un intervento chirurgico d’urgenza.

Il ragazzo si era presentato con una maglietta bianca con la scritta “vendetta” in rosso, pantaloni mimetici e una maschera con un teschio. Al collo portava un cellulare con cui avrebbe tentato di riprendere l’aggressione in diretta su Telegram. Nei giorni successivi è emerso che aveva diffuso online un testo intitolato “La soluzione finale”, spiegando la sua decisione di colpire l’insegnante come forma di rivalsa personale.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità», scrive il tredicenne, dichiarando di voler «prendere in mano la situazione» e di «uccidere la mia insegnante di francese», a cui «piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima».

Colpisce l’insistenza sull’“io”: «nessun altro conta, nessuna vita conta oltre alla mia». Un’affermazione di questo tipo è in forte contrasto con una delle caratteristiche più tipiche dell’adolescenza, cioè la costruzione della propria identità all’interno di un gruppo di pari. 

In questa fase della vita, infatti, l’appartenenza a una cerchia di coetanei (amici, compagni, una piccola comunità informale) rappresenta spesso uno spazio fondamentale di riconoscimento, confronto e crescita.  Un’analisi approfondita del caso è stata pubblicata nella newsletter Vale Tutto di Selvaggia Lucarelli da Serena Mazzini e Valerio Renzi. Secondo i due autori, il manifesto presenta elementi ricorrenti nei testi lasciati da autori di stragi: la costruzione di una narrazione in cui chi scrive si percepisce come vittima di ingiustizie e la violenza viene giustificata come riscatto.

Il tredicenne fa riferimento anche all’abbigliamento: «Non ho scelto la solita roba da selezione naturale. Sono unico e non sono una copia di nessun precedente attacco scolastico. Voglio portare novità». Come spiegano Mazzini e Renzi, “selezione naturale” è un chiaro riferimento alla strage di Columbine.  Per un lettore poco esperto «selezione naturale» può sembrare un’espressione generica. In realtà è un riferimento diretto e inequivocabile alla strage di Columbine, dove uno dei due autori della strage indossava una maglietta con la scritta «Natural Selection».

Come scrivono Mazzini a Renzi, il tredicenne sembra voler dire: «conosco quel codice, conosco quella maglietta, conosco quella tradizione, ma ho scelto di fare diversamente. Ho scelto «vendetta».  Il caso di Trescore Balneario non è isolato. Pochi giorni dopo un’altra indagine ha portato all’arresto di un ragazzo di diciassette anni, originario di Pescara ma residente in Umbria, accusato di aver progettato un attacco in una scuola.  Secondo gli investigatori frequentava canali Telegram suprematisti e neonazisti e aveva creato un gruppo in cui venivano condivisi materiali di propaganda razzista e manuali per costruire armi.

In una chat WhatsApp, il ragazzo pescarese scriveva: «Io quando sarò in quinta replicherò la Columbine». In altri messaggi aggiungeva: «Magari un giorno faccio una sparatoria e poi mi ammazzo» oppure «devo ancora decidere il posto dove fare la sparatoria prima di andarmene». Quello che emerge sono un attacco da una parte, e uno sventato attacco dall’altro, maturati anche attraverso una radicalizzazione online. Non nel senso classico del termine, ma all’interno di sottoculture digitali - come la manosfera - che negli ultimi anni hanno sviluppato una propria estetica e un linguaggio della violenza.

Molti studi sottolineano che la radicalizzazione non nasce esclusivamente su internet. Alla base esistono quasi sempre vulnerabilità personali, come isolamento sociale, difficoltà relazionali o situazioni familiari complicate, ma il contesto digitale può agire come un potente acceleratore. Ridurre episodi come questo a un semplice raptus adolescenziale rischia quindi di essere fuorviante. Comprendere perché queste narrazioni riescano a parlare anche a ragazzi molto giovani è probabilmente la sfida più urgente. Quando un adolescente arriva a immaginare la violenza come l’unico modo per essere visto o riconosciuto, il problema non riguarda solo un individuo, ma l’ambiente culturale e digitale in cui cresce.