Nel nostro Paese, parlare di nuove generazioni significa troppo spesso ridurle a un bersaglio, attraverso luoghi comuni e rappresentazioni stereotipate che si ripetono da anni.  Quando ho iniziato a scrivere online c’era la pandemia da COVID-19. Allora i giovani venivano raccontati come “untori irresponsabili”. Pochi mesi dopo, d’estate, diventavano fannulloni perché non accettavano lavori stagionali sottopagati.  

Nel frattempo, imprenditori “illuminati” firmavano appelli sui giornali invitandoli a “mettersi in gioco”, spesso accompagnando la predica con il racconto edificante della propria scalata personale. Poi arrivano le proteste per la Palestina, le tende davanti alle università contro il caro-affitti, le manifestazioni contro i decreti sicurezza o in difesa degli spazi sociali. A quel punto, la narrazione cambia ancora: i giovani diventano violenti, vengono raccontati come una minaccia all’ordine pubblico. Fino al voto, però, quando improvvisamente vengono accusati di informarsi solo su TikTok. 

Ma quando votano davvero e lo fanno inaspettatamente in massa, visto che per una percentuale piuttosto alta di giovani votare significava o tornare a casa spendendo 300 euro di biglietto o essere rappresentante di lista, ecco la sorpresa: hanno un’opinione.  E allora diventano oggetto di analisi, vengono addirittura invitati nelle trasmissioni televisive a commentare l’esito del referendum. “Ma allora questi giovani un’opinione ce l’hanno?”. “Hanno mandato un messaggio?”.

Il punto è proprio questo. Per politica e media, “i giovani” sono una categoria unica, compatta, quasi mitologica. Non sono mai soggetti, ma oggetti di una narrazione costruita da altri: talvolta un problema, più raramente una soluzione, ma mai persone reali, cittadini con differenze, contraddizioni e idee diverse. Eppure la realtà è molto più semplice e molto più scomoda. I giovani non sono cambiati all’improvviso, non sono diventati migliori o peggiori da un giorno all’altro. 

Alcune volte sono stati disillusi, altre volte arrabbiati, altre ancora pronti a mobilitarsi. Sono una generazione precaria, che si scontra con affitti impossibili, lavori instabili, stage non pagati, salari bassi, difficoltà ad accedere a una casa e a costruire un’autonomia. Sono quella generazione raccontata come viziata, accusata di essere sfaticata, ma che per lavorare se ne va all’estero. Una generazione accusata di informarsi sui social, quando forse dovrebbe essere il sistema dell’informazione a interrogarsi su se stesso. Il fastidio più grande è la retorica recente che li vuole improvvisamente salvatori, perché è la stessa, speculare, a quella che li dipinge come fannulloni. I giovani servono finché confermano una tesi, finché possono essere categorizzati e inseriti dentro una narrazione utile.

Forse il punto da cui ripartire è proprio questo: smettere di parlarne come se fossero un oggetto estraneo, una specie esotica da analizzare e iniziare, banalmente, a considerarli per quello che sono: cittadini, esattamente come gli altri, che chiedono di essere ascoltati.