Non so se sia una questione di bolle sociali, ma intorno a me San Valentino gode della stessa popolarità di un tampone positivo alla gonorrea. È preso seriamente in considerazione solo da quei poveri Umpa Lumpa dei reparti marketing e, per effetto domino, delle varie agenzie creative, ma solo per ragioni contrattuali.

La mia solidarietà per questi lavoratori del settore terziario è massima, un po’ perché una rappresentanza è mia amica, un po’ perché in questi mondi ci bazzico per estensione anch’io. E, prima o poi, mi potrebbe capitare il gravoso compito di infiocchettare un’idea rimasticata per invogliare le coppie a fare cose in un giorno di festa che, in realtà, una “festa” davvero non è, visto che di giorni rossi, non lavorativi, non ne abbiamo mai visti. 

Neanche questo vantaggio, per una ricorrenza i cui presupposti, in effetti, potrebbero essere persino farlocchi. Non è, infatti, chiaro perché San Valentino sia diventato il santo “delle coppie di innamorati”; in molti però se la prendono con l’autore inglese Geoffrey Chaucer. Nel basso Medioevo si mise a scrivere un poemetto su un parlamento di uccelli intento a discettare su chi dovesse accoppiarsi con chi. E lì, grazie alla sua fervida immaginazione, prese un tizio decapitato dai romani (nel terzo secolo d.C.) e lo trasformò nella data simbolo degli innamorati, senza bisogno di scomodare vere “antiche leggende”. Era il periodo in cui stava per decollare l’amor cortese e, plausibilmente, Chaucer non voleva sfigurare davanti a Riccardo II e Anna di Boemia.

Così, nel 496 d.C., quel bacchettone di papa Gelasio ebbe la brillante idea di istituire la festa cristiana di San Valentino per rimpiazzare i Lupercalia: una ricorrenza pagana in cui pare che gruppi di baldi giovani, nudi o seminudi, scorrazzassero per le strade frustando donne più che consezienti, nella speranza che il dio Fauno Luperco concedesse loro un po’ di fecondità. In sostanza, trasformò una bella festa kinky in secoli di frustrazioni giunte fino a noi.

Oggi, quando se ne parla, San Valentino pare una commercialiata che non interessa quasi a nessuno, ma dobbiamo essere franchi. Scavando oltre la superficie, fastidio, confronti e aspettative serpeggiano nei pensieri di molti sotto questa apparente indifferenza; mentre sopra l’entusiasmo di chi lo celebra aleggia spesso una sottile coltre di performatività e di paura di non essere all’altezza dell’occasione.

È uno dei cortocircuiti del capitalismo: ti dici lucidamente consapevole dei suoi meccanismi, ma non puoi fare a meno di starci dentro fino al collo, contestandoli senza riuscire a neutralizzarli in testa, o abbracciandoli senza porti ulteriori domande, plausibilmente dopo aver prenotato un ristorante con “menù San Valentino”. 

A questo si aggiunge, sul piano sociale, che San Valentino rappresenta l’emblema simbolico di un impianto culturale nel quale siamo cresciuti, immersi fin dal primo vagito: un modello che ci insegna che l’amore è necessariamente di coppia, eterosessuale e monogamo, parafrasando Brigitte Vasallo. E, se vogliamo aggiornarlo all’anno domini 2026, può anche essere LGBTQIA+, ma continua comunque a ricalcare una certa, elementare normatività.

Di conseguenza, una qualsiasi reclàme indirizzata agli innamorati propone qualcosa di molto simile a una tappa idealizzata della “Scala mobile relazionale”, definita da Amy Gahran, secondo cui una coppia deve incontrarsi, diventare esclusivi, convolare a nozze, avere figli e rimanere per sempre insieme. 

In sostanza, San Valentino è il più forte megafono simbolico di un modello relazionale semplificato, mentre la realtà affettiva diventa sempre più complessa. Non rappresenta più (se mai l’ha fatto) complessità, brutture e bellezza delle relazioni, delle quali però fatichiamo a immaginare alternative valide.

È una consapevolezza che oggi incrocia la dating fatigue, il crescente numero di single, la crisi del matrimonio, l’affermarsi della monogamia seriale, la critica a certi comportamenti di alcuni uomini etero e ai ruoli di genere preimposti, ed è contingente alle dimensioni più importanti, ovvero quelle personali e relazionali. Perché non sarà di certo ciò che fai o non fai a San Valentino a definire chi sei o il funzionamento della tua relazione, ma sotto sotto, per una una specie di riflesso pavloviano inconscio, almeno per un attimo, ci pensi. 

Per questo San Valentino nei discorsi da bar è così bistrattato o difeso, con o meno una captazio benevoletia iniziale, e per questo il sentiment nei confronti di questa ricorrenza è così polarizzante: perché, al di là dalle fazioni, investe un po’ tutti, a prescindere che siate single, una coppia (o troppia, o quello che vi pare) piena di new relationship energy, funzionale o che ha bisogno di ricordarsi perché sta insieme.  

San Valentino è imbarazzante, ma non perché sia una festa commerciale da celebrare o meno, ma perché ci ricorda quanto ancora siamo disposti a demandare, anche pur non volendo, la nostra immaginazione sentimentale a un copione di cui conosciamo perfettamente l’artificio. L’utopia sarebbe poter smettere di rimuginarci sopra, arrivare al punto in cui l’indifferenza per questa ricorrenza sarà autentica, l’ostilità nei suoi confronti dissolta e l’adesione ai suoi rituali davvero libera. Succederà quando sapremo immaginare e gestire relazioni meno prescrittive, ma al momento è tutto un casino.