Caroselli per smascherarlo, reel per riconoscerlo e tenersene alla larga: il narcisista è diventato il capro espiatorio della nostra epoca. Tutti e tutte noi possiamo dire con assoluta certezza di averne incontrato almeno uno nella vita, che sia un genitore o un ex. Eppure a scorrere i caroselli sembra quasi che anche le caratteristiche più insospettabili di una persona possano essere ricondotte a «un profilo narcisistico».

Come spiega la dottoressa Valentina Di Mattei, presidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, «il termine narcisista o narcisismo è diventato molto popolare perché offre una chiave rapida per spiegare molto spesso elementi di sofferenza nelle relazioni». Il disturbo narcisistico, però, «è un disturbo di personalità», in cui la persona cerca di «compensare una fragilità profonda dell’autostima attraverso il bisogno costante di riconoscimento, ammirazione e  di conferme dall'esterno». È importante però distinguere il disturbo narcisistico, che è una condizione clinica, dai tratti narcisistici, che sono caratteristiche della personalità che possono essere presenti in alcune fasi e in altre e la cui presenza non è sempre un fatto negativo, anzi. 

«C’è una quota di narcisismo sano di cui abbiamo bisogno tutti e senza la quale sarebbe difficile crescere, prendere delle iniziative, reggere il confronto con gli altri. Ed è proprio quella che permette ai bambini di svilupparsi. La fiducia nelle proprie capacità, l'ambizione, la capacità di esporsi, la capacità di valorizzare i propri successi, sono spesso degli aspetti che aiutano ad affermarsi», spiega Di Mattei. «Il problema nasce quando questi tratti diventano rigidi». Dall’altro lato, però, i media e i social hanno «trasformato il narcisista in una figura narrativa: il manipolatore, il carnefice, quello che crea legami tossici. Ma è una rappresentazione semplicistica e riduttiva».

Il rischio infatti è che nel tentativo di dare un senso a dinamiche dolorose si finisca per ridurre gli altri a etichette. «Questo non aiuta a capire che cosa sta davvero accadendo tra noi e l’altro», dice Di Mattei. «Se ogni comportamento difficile viene letto con un disturbo perdiamo la capacità di distinguere tra sofferenza clinica e normali fatiche all'interno delle relazioni e si finisce per usare le diagnosi come strumento di accusa o viceversa di autoassoluzione». C’è anche il rischio di stigmatizzare chi avrebbe invece bisogno di cura. «Se le persone vengono ridotte a etichette diagnostiche invece che essere comprese nella loro complessità, possono finire per allontanarsi dalla richiesta di aiuto, con un conseguente aumento di fatica o di sofferenza». Anche perché se tutto è patologico, allora niente lo è davvero. E quello che resta è un bisogno di cura disatteso.