Al merito abbiamo dedicato ministeri, innalzato statue e delegato gran parte del funzionamento delle nostre società. Una nuova religione, più fredda e meno sentimentale delle precedenti, con i suoi comandamenti, i suoi santi e i suoi dannati. Ma il merito non è sempre stato inteso come lo intendiamo oggi, vale a dire come principio ordinatore dei nostri sistemi sociali e in alcuni casi politici. Come spiega Pasquale Terracciano nel suo libro “I capaci e i meritevoli. Storia filosofica del merito”, quest’ultimo assume un significato mutevole a seconda delle epoche.

«Uno dei momenti di passaggio più importanti è rappresentato dalla Rivoluzione francese. In quest’epoca, il merito assume una carica liberatoria: rappresenta la rivendicazione di poter emergere non in virtù della propria nascita aristocratica ma in relazione al proprio talento», spiega Terracciano a VD.  La parola meritocrazia, ormai onnipresente nei discorsi politici da destra a sinistra, nasce invece negli anni Cinquanta. A coniarla è lo scrittore e sociologo Micheal Young che immagina una società distopica in cui l’ascesa sociale dipende solo dal merito. «Young nota come questo tipo di processo, se non ben gestito, avrebbe potuto portare a una società fortemente gerarchica e in cui venivano meno anche una serie di legami sociali». 

Alla meritocrazia era quindi associata una connotazione negativa, che però si ribalta a partire dagli anni Settanta, con il passaggio a una società post-industriale. E ci si illude di poter misurare il merito. «È un merito spesso education based, cioè basato sul grado di istruzione, sui titoli di accesso universitario e che quindi può essere in qualche misura verificato». Ma spesso chi è meritevole agli occhi della società lo è in virtù di un contesto sociale, economico e culturale pregresso.

In base, però, al comandamento del «se vuoi, puoi», se non si riesce è perché non ci si è impegnati abbastanza per meritarsi una carriera, una famiglia o la stabilità economica. Poco importa se la mobilità sociale non esiste quasi più. «Dietro alla parola merito può nascondersi la legittimazione etica del privilegio di chi già parte in condizione avvantaggiata», spiega Terracciano. Merito e successo si confondono, nonostante nel secondo ci sia «una componente fortissima di fortuna, di casualità». «La società oggi punta a sterilizzare la componente legata alla fortuna e punta a dare un connotato morale al merito. Forse ricordarlo potrebbe essere utile per stemperare quell'elemento di competizione, anche feroce, che il termine “successo” si porta dietro».

Del resto se si risulta meritevoli in un campo, lo si è proprio in virtù della fortuna di essere nati o nate in un contesto storico e sociale per cui avere quel talento specifico è un merito. Quanto infatti sarebbero state valorizzate le abilità di programmazione nella Sparta del V secolo a.C.?«Il merito ha una componente che di volta in volta, di società in società, viene ridefinita proprio perché muta il tipo di talento che si intende premiare», dice Terracciano. Solo che oggi i premi sono sempre meno: studiamo, ci formiamo, diventiamo meritevoli ma poi non c’è la ricompensa di una carriera, di una nuova posizione sociale, di una crescita o di una stabilità economica. E con la rivoluzione portata dall’intelligenza artificiale le ricompense saranno ancora meno. «È plausibile che l'intero sistema di formazione debba ripensarsi e con esso il tipo di idea di merito».

Ma il merito - come lo intendiamo oggi - non danneggia solo le nostre vite e le nostre carriere ma minaccia la stessa tenuta democratica. «Quando la meritocrazia estende la sua sfera di legittimazione ideologica e quindi arriva a toccare molte sfere della democrazia, si crea un cortocircuito, semplicemente perché la meritocrazia ha altri valori. Lavora sulla competizione mentre la democrazia sulla cooperazione. Crea gerarchie mentre la democrazia punta sull’uguaglianza sul piano dei diritti politici».

Invece che dedicargli ministeri, quindi,  il merito andrebbe piuttosto ripensato. «Non si tratta di qualcosa legato solo alla propria responsabilità individuale di agire e ricevere premi, ma è legato anche alla responsabilità che si ha verso gli altri, verso la collettività, proprio perché meritevoli», spiega Terracciano.«Il merito è infatti qualcosa di riconosciuto dalla società. Senza di lei non esisterebbe e, dunque, nel momento in cui lo ricevi, hai un vincolo, una responsabilità verso la collettività. Deve esserci un ponte tra individuo, merito e società».