«Se il cornetto del bar sotto casa non è buono, basta attraversare la strada. Se invece Instagram peggiora, cambiare è molto più difficile». A parlare è Federico Mello, giornalista Rai, che nel suo ultimo libro Arretriamo nel futuro – breve guida alla merdificazione dei media (e come fermarla) prova a dare un nome a una sensazione diffusa: quella di vivere in un ecosistema digitale sempre più povero di contenuti e manipolativo, da cui però è difficile uscire.

Per descrivere questo processo, Mello utilizza il concetto di enshittification (tradotto volutamente come “merdificazione”), coniato dallo studioso canadese Cory Doctorow: una parabola tipica delle piattaforme digitali che, una volta conquistato il mercato grazie a servizi gratuiti e di qualità, iniziano a sacrificare l’esperienza dell’utente per massimizzare i profitti.

«Il web nasce come progetto democratico e accademico, doveva salvarci dalla banalità della televisione commerciale», ricorda Mello. «Oggi è diventato uno strumento di manipolazione». Il parallelismo con la televisione è centrale nel libro. Mello individua un momento di rottura preciso: l’introduzione dell’Auditel negli anni Ottanta. 

«Fino ad allora la TV aveva una forza enorme e veniva usata con responsabilità», spiega. Non solo programmi pedagogici, ma anche intrattenimento di qualità, capace di costruire una visione comune. Con l’Auditel cambia tutto: l’unico criterio diventa l’ascolto. «Sui social succede la stessa cosa. Like, visualizzazioni e condivisioni funzionano come un Auditel permanente». I contenuti non vengono premiati per la loro rilevanza sociale o informativa, ma per la loro capacità di generare reazioni.

Il cuore del problema, per Mello, è la subordinazione totale della comunicazione alla logica del profitto. «Io non sono contrario al profitto in sé», precisa, «ma non può essere l’unico obiettivo in settori strategici per la democrazia come informazione e comunicazione».

A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la dipendenza progettata. «La dipendenza non è un effetto collaterale dei social: è il loro modello di business». Le tecniche utilizzate, spiega, arrivano direttamente dal mondo dell’azzardo e delle slot machine: ricompense intermittenti, validazione sociale, gamification.

La crisi della verità non è nuova. «Combattiamo con la post-verità da quasi dieci anni», ricorda Mello, a partire dal 2016 e dall’idea di “verità alternative” di Trump. Ma l’arrivo dell’intelligenza artificiale e dei tanti video fake generati proprio con l’AI rischia di aggravare ulteriormente il quadro. Eppure, proprio questa tecnologia potrebbe rappresentare un’alternativa: uno strumento per smascherare fake news, migliorare l’informazione, abbassare le barriere di accesso alla creazione di piattaforme migliori. 

La proposta di Mello non è nostalgica né tecnofobica. «Non dobbiamo dire: il futuro tecnologico ci fa paura, quindi torniamo all’analogico. Dobbiamo restare nel futuro, ma esigere una tecnologia migliore». La posta in gioco è alta. «La democrazia non regge senza un’opinione pubblica consapevole. Se le piattaforme sono merdificate, anche la società lo diventa».