Abbiamo bisogno di dilatare i tempi. Che sia l’attesa dell’ultimo episodio di “Stranger Things” o del nuovo caso di Stefano Nazzi su “Indagini”. La Gen Z, e anche noi, sventurati Millennial, sembriamo aver riscoperto il valore di aspettare. Lo dimostrano alcune tendenze del 2025, che probabilmente ci porteremo dietro nel 2026, anno che per molti segnerà un netto abbandono del digitale. Come le macchinette fotografiche analogiche usa e getta: un piccolo gatto di Schrödinger da 25€, che ti costringe a scoprire solo dopo giorni se hai sprecato soldi in foto bruciate o se hai guadagnato ricordi veri, da custodire in un album fisico, da sfogliare nel mondo reale.

A questo si aggiunge la mania, eredità inevitabile del Covid, dei lievitati. Solo ora riesco a guardarli per quello che sono davvero: non gare alla focaccia più alveolata, ma pratiche di pazienza. Qualcosa che si costruisce dal nulla, che non entra in 15 secondi di TikTok né nelle quattro ore di doomscrolling che seguono, ma che richiede cura, pieghe e attenzione. E poi ci sono il ricamo, l’uncinetto, il lavoro a maglia. Attività che non promettono risultati immediati, che procedono per gesti ripetuti e spesso invisibili. Un punto alla volta, disfare e rifare, senza accelerazioni possibili. Non per produrre, ma per restare nel tempo, nel qui e ora che i nostri terapisti continuano a raccomandarci.

Lo si vede anche nell’acquisto di CD e vinili, nuovi o recuperati nei mercatini dell’usato, nelle librerie di seconda mano, nei negozi che sopravvivono ai margini delle grandi piattaforme. Oggetti che non promettono comodità, ma durata. Che non si aggiornano, non spariscono con la fine di un abbonamento, non dipendono da un algoritmo. Tenerli in mano, sfogliarli, ascoltarli dall’inizio alla fine è un modo per restare nel presente e non attraversarlo di corsa distrattamente. Certo queste scelte non sono immuni ad un lato oscuro. L’analogico può diventare facilmente performance, costruzione artificiosa di un’identità curata nei minimi dettagli, pronta per essere esibita più che vissuta. Ma alla fine ben venga se il nostro obiettivo non è solo quello di rallentare il mondo e romanticizzare quella vita lenta che alla lunga diventa uno stereotipo pericoloso. Forse vogliamo solo tornare a sentire che il tempo ci appartiene.