Qualche giorno fa Marta, una delle mie più care amicizie, mi ha mandato in DM un meme: «Sono triste o sono solo a casa dei miei?». Ho risposto con questa emoticon «⚰️» e un «Totalmente noi». Poi, mi sono soffermato a leggere i commenti sotto al meme: «Screenshotto per la mia terapista», «Lo inoltro a mia mamma». «Pensavo fosse una cosa mia». Scambiarsi meme, soprattutto quando centrano qualcosa di profondamente vero, è una delle forme più sottili e sincere di affetto tra adulti.

Marta conosce il mio “me adulto” e viceversa. E come noi, milioni di figli che rientrano a casa dei genitori in treno o in aereo sanno che, fuori da quelle mura, i loro amici conoscono il loro “sé adulto”. Ma quando un figlio torna nella propria casa d’origine, per un periodo più o meno lungo, attua un processo di regressione.   Pur conscio di non avere più diciassette anni, odori, contesto e sensazioni riportano alla sua mente vecchi sentimenti, comportamenti e ruoli.

In questi casi, diversi esperti parlano di “identity jet lag”: un intreccio di sentimenti ambivalenti e disorientanti, sospesi tra chi eri e chi sei oggi, tra ciò che hai vissuto e quanto sei riuscito a elaborarlo, soprattutto in contesti sociali che fanno riaffiorare il passato. Possiamo tornare a essere pronti a scattare o a ritirarci nel silenzio. Provare una nostalgia per versioni di noi stessi che non esistono più. Ricordare che sotto quel tappeto è pieno di non detti, tensioni mai risolte. 

Scrive la psicoterapeuta Sophie K. Rosa nel saggio Intimità radicale: «La famiglia nucleare non solo non riesce normalmente a svolgere il suo ruolo di porto sicuro e pieno d’amore, ma anzi spesso è proprio il suo contrario: è la fonte della nostra sofferenza più profonda». Oppure lo è stata, oppure non c’entra neanche tanto: è il paesello, le solite strade che riportano alla mente qualcosa che non ti va di ricordare. Sono sensazioni che possono essere molto vivide nella post-adolescenza e che una buona terapia può smorzare o neutralizzare col tempo.

Eppure in molti - anche tra i più risolti - preferiamo i giorni qualunque al periodo di Natale: perché fanno sentire meno esposti, “interi” nella propria adultità.  Tornare a casa per Natale, dai genitori, per alcuni può significare “disattivare” alcune parti di sé, o fare i conti con altre versioni che non ci piacciono più, soprattutto se le abbiamo lasciate indietro come una pelle che si stacca.