C’è un momento preciso in cui il dolore smette di essere un fatto privato e diventa un contenuto. Non succede per caso. Succede quando ci accorgiamo che raccontarlo, in un certo modo, funziona. Funziona perché il dolore, se ben confezionato, è irresistibile. È immediato, morale, emotivo. Non chiede competenze, non chiede contesto. Chiede solo di schierarsi. E lo fa con una innocuità apparente: «Io soffro, quindi ho ragione».

Viviamo nell’epoca in cui la narrazione vittimista è diventata una scorciatoia potentissima per ottenere attenzione, legittimazione e protezione. Chi parla dal dolore non deve argomentare: viene creduto. Chi ascolta non deve capire: deve reagire. Il meccanismo è semplice e perversamente efficace. C’è un ferito, c’è un colpevole, c’è un pubblico. Dal suo canto il pubblico applaude, consola, prende posizione. Nessuno chiede l’altra versione dei fatti, perché sarebbe sconveniente. Ascoltare due campane, oggi, suona quasi come una mancanza di empatia.

C’è anche un equivoco di fondo che non ci piace ammettere: non tutte le vittime sono state ferite, e non tutte le ferite producono vittime. Esiste una zona grigia, vastissima a dire il vero, in cui nessuno ha agito con intenzione di nuocere, nessuno ha inferto un colpo consapevole, eppure qualcuno decide di abitare il ruolo incontestabile della vittima. Non perché sia falso, ma perché è narrativamente efficace. Il passaggio è sottile. Non avviene nel fatto, ma nel modo in cui questo viene raccontato.

Un’incomprensione, un rifiuto, una mancanza di reciprocità, un limite imposto. Tutto può essere riletto come ferita se viene incorniciato con le parole giuste. «Mi ha ferito» non descrive più un’azione, ma assegna un ruolo. Da quel momento, il danno non ha bisogno di intenzionalità. Basta l’effetto emotivo. Il potere del «mi ha ferito» è tirannico e sentenziale: non indaga, non verifica, non ammette complessità. Impone e infine condanna senza ricorso. È qui che la narrazione vittimista diventa performativa: non racconta una realtà, la crea.

Dire «sono stato ferito» non è più una conseguenza, è un atto fondativo. Trasforma una frizione in un’ingiustizia, una distanza in un’aggressione, una scelta diversa in una colpa morale. E una volta pronunciata, quella frase è irreversibile. Perché chi potrebbe metterla in discussione? Dire «forse non voleva ferirti» suona come una minimizzazione. Dire «forse non è successo così» sembra una difesa del carnefice. Dire «raccontiamo anche l’altra versione» è quasi un’offesa. Il dolore dichiarato diventa auto-validante. Non ha bisogno di prove, né di contesto.

Questa dinamica è stata osservata e problematizzata anche in ambito saggistico – si veda Critica della vittima di D. Giglioli – dove la figura della vittima viene analizzata non come dato neutro, ma come costruzione morale e narrativa del presente. È sufficiente dirsi vittima per esserlo. Il risultato è un paradosso: si può essere vittime senza carnefici intenzionali, feriti senza colpi, offesi senza offensori.

Questo non significa che il dolore sia inventato. Significa qualcosa di più inquietante: che il dolore può essere modellato, amplificato, reso identità. Che la sofferenza, una volta narrata in pubblico, smette di essere un’esperienza e diventa una posizione, un atto di manipolazione subdolo ed auto-assolvente. Così, mentre il pubblico si schiera, la complessità evapora. E il dolore, anziché essere attraversato, viene messo in scena.

La storia ha bisogno di un nemico, quindi lo si crea per necessità narrativa. Nella Poetica, Aristotele formalizza l’idea che una storia esiste solo se c’è conflitto. Qualcuno da amare, qualcuno da odiare. Se elimini l’antagonista, il protagonista resta senza ruolo, come un eroe senza guerra. Non è la sofferenza a essere nuova. Nuovo è il modo in cui viene inserita nel ciclo del valore. La società contemporanea ha fatto un passo ulteriore: ha trasformato il dolore in capitale simbolico, una risorsa da esporre, accumulare e spendere.

Marx scriveva che il capitalismo non inventa i bisogni: li organizza, li sfrutta, li rende produttivi. Il dolore non fa eccezione. Oggi, tutti i canali mediatico-culturali, dalla letteratura al cinema, alla televisione, battono ossessivamente sul tasto del dolore: la tenerezza verso la vittima è una leva emotiva affidabile, e soprattutto redditizia.

Il problema non è il dolore in sé. Il problema è quando il dolore diventa strategia, o peggio ancora, manipolazione. Quando smette di cercare comprensione e inizia a cercare consenso. Quando non vuole essere elaborato, ma usato. Quando non chiede ascolto, ma alleati. In quel momento, il dolore non guarisce più nessuno: polarizza. Divide il mondo in buoni e cattivi, fedeli e traditori, empatici e insensibili. E chi prova a fare una domanda, una sola, viene immediatamente sospettato di stare dalla parte sbagliata. «Ma non vedi che sta soffrendo?» diventa l’argomento finale. È la versione emotiva del fine della discussione.

Eppure, il dolore non è una prova. È un fatto. E come tutti i fatti umani, è parziale, soggettivo, e spesso cieco rispetto alla complessità. Chi soffre dice la verità del proprio dolore, non necessariamente la verità dei fatti. Ma nella società dell’audience, se la verità alleggerisce il dolore, è noiosa. Il dolore invece è performativo. Ha ritmo, ha pathos, ha una struttura narrativa perfetta. È un racconto che si scrive da solo, soprattutto se «il carnefice» dall’altra parte non può parlare, non vuole parlare, o semplicemente non è interessato a non essere frainteso.

Il carnefice viene costruito per sottrazione. Non serve che abbia davvero colpa. Serve che non abbia voce. E il pubblico, rassicurato dal proprio schieramento morale, si sente migliore. Più giusto. Più umano. Forse è questo il punto più inquietante: la narrazione vittimista non serve solo a chi la usa. Serve anche a chi la consuma. Offre un senso di appartenenza immediato, una posizione etica pronta all’uso, senza il fastidio del dubbio.

Ma il dubbio è l’unica cosa che distingue la giustizia dal tifo. E quando smettiamo di dubitare, smettiamo anche di fare domande. Diventiamo tifosi di una sola versione dei fatti, fedeli a una narrazione che non chiede controprova, ma tacito consenso. È così che nasce la cecità morale.

Non è forse così che nascono anche le tirannie? Non è sempre dietro un dolore elevato a verità assoluta che i regimi più duri hanno trovato la loro legittimazione?