La cucina italiana non esiste (anche se ora è patrimonio Unesco)
Non c’è niente di più italiano del cibo. Lo ha confermato ieri l’UNESCO, che ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell'umanità. «La cucina italiana è il nostro ambasciatore più formidabile», ha esultato la Premier Meloni. Ma di cosa parliamo quando parliamo di cucina italiana?
Tutti abbiamo in mente ricordi e immagini legate ai piatti delle rispettive tradizioni locali, con cui nel tempo si è creato naturalmente un legame affettivo. È difficile ammettere che dietro a tutto questo ci sia molta narrazione e meno tradizione rispetto a quello che pensiamo. Lo storico dell’alimentazione dell’Università di Parma, Alberto Grandi, da anni stravolge l’idea stereotipata di cucina italiana con cui siamo cresciuti. Tra le altre cose, nel podcast di culto “DOI - Denominazione di Origine Inventata” che conduce insieme all’autore Daniele Soffiati.
Sul riconoscimento UNESCO Grandi ha molte perplessità. In un articolo pubblicato sul quotidiano Domani scrive che è «perfetto per raccontare un’Italia rassicurante, immobile, saldamente ancorata alla sua cucina “di sempre”. Una cucina che, paradossalmente, non è mai esistita». Non c’è infatti nessuna tradizione millenaria trasmessa di generazione in generazione. Ma solo «una rappresentazione che non ha nulla a che vedere con ciò che abbiamo mangiato per secoli, né con ciò che mangiamo oggi e soprattutto che non ha nulla a che vedere con il rapporto col cibo degli italiani di ieri e di oggi».
In un commento affidato alla sua pagina Instagram Grandi analizza questa contraddizione. L’UNESCO ha certificato «un'idea astratta, levigata e volutamente artefatta della nostra cucina e del nostro rapporto con l'alimentazione – continua – In pratica noi abbiamo chiesto all'UNESCO di certificare non la nostra realtà ma la nostra caricatura gastronomica. Cioè non come siamo ma come vorremmo essere visti, come vorremmo essere fotografati. Più che una operazione storica e di salvaguardia della cultura stiamo facendo semplicemente del marketing. Ma d'altra parte siamo un Paese che ha trasformato la fame in tradizione e quindi tutto questo ci sta benissimo».