«Ho scoperto di essere antisemita, comunista e simpatizzante di Hamas. Ma raccontare il dolore di un bambino palestinese mutilato significa essere antisemiti? Vergogna? Io non mi vergogno affatto». Queste parole sono del direttore del giornale La Stampa, Andrea Malaguti. Sono state pronunciate a ottobre durante un evento dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, a Roma. Un evento durante il quale per diverse ore politici e giornalisti hanno accusato con toni accesi il giornalismo cosiddetto “mainstream” di essere troppo filo palestinese.

Un mese e mezzo dopo, la redazione del quotidiano di Malaguti è stata presa d’assalto e vandalizzata da un gruppo di manifestanti al grido di «free palestine» e «Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin», un imam di Torino impegnato nell’attivismo per Gaza per cui è stato emesso un decreto di espulsione. La redazione è stata messa sotto sopra, scritte con vernice spray sui muri, letame sui cancelli. Un gesto, per modalità e bersaglio, che ricorda tempi in cui l’Italia era una dittatura fascista. 

Quindi: La Stampa è un giornale antisemita o sionista? Perché VD denuncia il genocidio a Gaza se è parte del gruppo editoriale che edita la Stampa? Perché Francesca Mannocchi, giornalista molto apprezzata nel mondo progressista, ha raccontato in modo ampio e approfondito il genocidio di Gaza proprio sulle pagine de La Stampa? Insomma, chi ha ragione?

Criticare i mass media è un diritto tanto quanto votare, sono i requisiti base della democrazia. Per lo stesso motivo può essere inteso come un dovere, perlomeno morale: se ci tieni al mondo vuoi che sia raccontato in modo giusto e veritiero. Il problema sorge quando si rompe questo patto di fiducia. E questo è successo da tempo in Italia e nel mondo occidentale: tanti non votano più, nessuno legge i giornali. Tanti non si fidano dei politici, tutti odiano i giornalisti. Ma che ce ne accorgiamo o no, continuiamo a beneficiare del loro lavoro.

Nessuna pagina di informazione social, content creator e gran parte del palinsesto televisivo esisterebbe se non ci fossero i giornali. L’ecosistema mediatico che ci permette di commentare, analizzare e criticare la realtà (e i giornali stessi) nasce grazie al racconto dei giornali che danno le notizie. 

E i giornali non hanno i piedi, la bocca e le orecchie che servono per raccontare la realtà: sono fatti da persone che, spesso in condizioni precarie e senza tutele contrattuali, dedicano la loro vita a confezionare ogni giorno un prodotto estremamente complesso, come è complessa la realtà che raccontano. Venerdì, quando è stata vandalizzata la redazione della Stampa, non c’era nessuno: i giornalisti erano in sciopero per chiedere il rinnovo del contratto collettivo nazionale.

Non tutti hanno avuto l’opportunità di lavorare in un giornale, e i giornali stessi hanno sbagliato a non raccontarsi con trasparenza in questi anni. Ma non c’è nessun complotto: chi conosce il mondo dei media dall’interno sa che un prodotto giornalistico nasce da un estenuante processo collettivo di dibattito, analisi e studio della realtà. I giornali non sono scollati dalla realtà, perché sono fatti da persone identiche a te. E anche loro possono sbagliare, anche loro hanno un capo insopportabile e devono scendere a compromessi, ma fanno un mestiere proprio come te. 

Se stai leggendo questo post su VD e ti piace quello che facciamo significa che stiamo creando un rapporto di fiducia. Ma se oggi siamo qui è anche perché esiste un mondo dei media che, nei suoi limiti e potenzialità, ci garantisce il diritto di criticarlo per portare un cambiamento.

La redazione di VD