Altro che “miracolo italiano”. Siamo più poveri di venti anni fa
Solo due Paesi in Europa stanno peggio di vent’anni fa: la Grecia, reduce da una crisi che l’ha portata sull’orlo del default, e l’Italia. È ciò che raccontano le nuove rilevazioni Eurostat: mentre il reddito reale pro capite dell’Unione cresce del 22,3% tra il 2004 e il 2024, il nostro Paese perde il 3,9%. È un arretramento forte, che ci colloca nell’esiguo gruppo delle economie europee in cui il benessere materiale è diminuito.
Questi numeri segnalano con chiarezza un Paese che da vent’anni non riesce a crescere davvero, o che comunque cresce troppo poco per recuperare. Le previsioni d’autunno della Commissione europea indicano un Pil in aumento dello 0,4% nel 2025, seguito da due anni allo 0,8%, per una crescita cumulata del 2% nel triennio. Si tratta del risultato più debole dell’intera Unione Europea.
È proprio per questo motivo che stride parecchio la narrazione rosea proposta dal governo. Soltanto poche settimane fa, Giorgia Meloni ha festeggiato come un successo internazionale un articolo di opinione apparso sul Financial Times, scritto da un economista nominato dall’esecutivo nel Comitato di Coordinamento del MEF. Un commento, non la linea del quotidiano britannico, trasformato in una sorta di attestato mondiale secondo cui “l’Europa dovrebbe imparare dall’Italia”.
A sgonfiare ulteriormente la retorica di questo “miracolo italiano” è arrivato anche il Rapporto Svimez. Basta leggerne le prime pagine per capire quanto la realtà sia lontana dalle narrazioni “ufficiali”. Nel Mezzogiorno l’occupazione cresce dell’8% tra il 2021 e il 2024, sì, ma grazie a fattori temporanei: incentivi edilizi, cantieri del PNRR, nuove assunzioni nella pubblica amministrazione. Intanto però continua a perdere giovani: 175mila tra i 25 e i 34 anni – soprattutto laureati – se ne sono andati negli ultimi due anni. Una fuga che vale 6,7 miliardi di capitale umano che formiamo e poi cediamo ad altri Paesi.
Se molti giovani fanno le valigie, per chi rimane la prospettiva è di vedere i proprio salari reali peggiorare. Tra il 2021 e il 2025 il potere d’acquisto è sceso del 10,2% al Sud e dell’8,2% nel Centro-Nord. Oggi 2,4 milioni di lavoratori sono poveri, metà nel Mezzogiorno. È la conferma che avere un lavoro non mette più al riparo dalla povertà, soprattutto se è precario, intermittente o involontariamente part-time. Infine c’è la sanità, sempre più in affanno. Nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o cure, contro i 4,5 milioni del 2023. Liste d’attesa ingestibili, costi proibitivi, servizi irraggiungibili. A pagarne le conseguenze sono soprattutto adulti e anziani, con un picco tra le donne di mezza età.
Altro che modello da imitare. Messi insieme, questi dati non fanno altro che costruire l’immagine di un Paese stanco, che non riesce a colmare i divari accumulati negli ultimi vent’anni e che fatica a trasformare quel poco di crescita in benessere reale. Un Paese che avrebbe bisogno di cambiare rotta con urgenza, di rimettere al centro politiche pubbliche serie, investimenti strutturali e soprattutto equità sociale. Di superare l’illusione che basti un titolo sul Financial Times per coprire vent’anni di regressione materiale.