Prima delle ferie hai rimandato qualcosa di burocratico, una consegna o un incontro, e forse ti sei autoassolto dicendoti che non avevi tempo. Negli ultimi giorni però quel “se ne parla a settembre”, che fino a qualche settimana fa era un meme, è diventato realtà. E adesso le opzioni sono due: depennare per davvero quel dovere dalla lista, o continuare a rimandarlo, se possibile, ancora per settimane, mesi o addirittura anni. 

Siamo nel pieno della procrastinazione, ovvero “ritardare volontariamente un’azione nonostante prevedibili conseguenze negative, sostituendo attività prioritarie e importanti con altre piacevoli o meno rilevanti o urgenti”. La pratica non gode, ovviamente, di ottima reputazione, ed è spesso ridotta a un problema di gestione del tempo. Ne è un esempio il "revenge bedtime procrastination": sacrificare ore di sonno con scrolling infinito o maratone di serie per recuperare un po’ di tempo libero dopo una giornata lunga e faticosa.

Eppure, sempre più studiosi sostengono che la gestione maladattiva del tempo non sia la vera causa ma la conseguenza di qualcosa di più profondo. Timothy Pychyl, psicologo alla Carleton University in Canada, sostiene infatti che la procrastinazione sia in realtà dovuta a un problema di gestione delle emozioni. In pratica, colleghiamo a un compito emozioni o sensazioni fisiche negative; per evitarle lo rimandiamo, ma poi subentra il senso di colpa. Quando alla fine siamo costretti ad affrontarlo, quelle stesse emozioni ci travolgono ancora più intensamente.

Come ricorda Arthur Charles Brooks, non tutto però è perduto: ci sono casi in cui la “giusta procrastinazione” può rivelarsi utile. Non è il caso delle faccende domestiche, ma dei compiti che prevedono uno sforzo creativo. In uno studio, gli psicologi Jihae Shine e Adam M. Grant hanno chiesto ai partecipanti di risolvere problemi aziendali. Coloro che hanno procrastinato moderatamente (otto minuti) hanno prodotto idee più creative di chi ha impiegato pochi secondi o troppi minuti nel formulare una risposta. Il vecchio adagio della via di mezzo: ritardare l'avanzamento di un compito può avere benefici nascosti, purché non si esageri.