AGGIORNAMENTO 20 agosto 2025: dopo le segnalazioni a Meta e alla polizia postale, il gruppo non è più online.

La denuncia arriva dall’account Instagram della scrittrice Carolina Capria (@lhascrittounafemmina): un gruppo Facebook - completamente pubblico - in cui gli uomini si scambiano foto sessualmente esplicite delle proprie compagne o mogli, per raccogliere i pareri degli oltre 30mila iscritti. Il gruppo si chiama “Mia Moglie”, è attivo su Facebook e sarebbe collegato anche a una chat Telegram, a cui i partecipanti possono accedere per «esibire foto più hot» senza rischiare la censura di Meta. I post nel gruppo sono centinaia: nella maggior parte dei casi sono pubblicati da utenti che scelgono di oscurare il nome dell’account, apparendo come “Partecipante anonimo”. «Ho il piacere di presentarvi mia moglie, che ne pensate?», si legge in un post. «Cosa fareste a mia moglie?», si legge in un altro messaggio. Le donne diventano merce di scambio da esporre nella vetrina virtuale del gruppo, messe alla mercé dei più disgustosi commenti degli iscritti. 

Nelle ultime ore, dopo la denuncia arrivata su Instagram, sulla bacheca del gruppo sono apparsi centinaia di messaggi di sdegno e segnalazioni alla piattaforma. Alcuni utenti si sono difesi, affermando che in realtà gli scambi di immagini e video avverrebbero con il consenso delle donne ritratte e che si tratterebbe quindi di un ritrovo per scambisti, virtuali e non. In almeno un caso, però, la descrizione di un post recita «Altra foto fatta di nascosto», suggerendo quindi una dinamica non consensuale. C’è poi un altro tema: molte delle immagini sono scaricate dal web e ritraggono modelle e donne che inconsapevolmente finiscono oggetto di commenti sessisti. Tutto pubblico e senza alcun tipo di moderazione da parte della piattaforma.

In Italia la condivisione non consensuale di immagini intime è considerata reato dall’articolo 612-ter del codice penale, introdotto con la legge n. 69 del 19 luglio 2019, conosciuta come “Codice Rosso”. La norma stabilisce pene che vanno da uno a sei anni di carcere e multe comprese tra 5mila e 15mila euro. Sono previste aggravanti specifiche quando l’autore è il partner, l’ex o un convivente, oppure se la diffusione avviene attraverso strumenti digitali e social network.

Negli ultimi anni la Corte di Cassazione ha esteso le tutele per le vittime. Con la sentenza n. 14927/25 ha chiarito che il reato di revenge porn sussiste anche se i file vengono inviati in forma anonima e senza che sia disposto il sequestro del materiale, come avvenuto nel caso del gruppo “Mia Moglie”. La sentenza n. 18473/2025 ha invece stabilito che la condotta illecita si perfeziona nel momento stesso in cui le immagini o i video sessualmente espliciti vengono trasmessi o diffusi, indipendentemente dal luogo in cui i destinatari li ricevono.

«Il caso di Gisele Pelicot (la donna francese abusata per anni da decine di uomini dopo esser stata drogata dal marito, ndr) non è un'anomalia nel sistema. Un uomo che è convinto di poter disporre della propria moglie e per il quale la sessualità è legata a doppio filo alla sopraffazione, è il sistema. Perché è così che educhiamo gli uomini - spiega Carolina Capria - A riconoscersi in una maschilità che conquista, espugna, occupa. Non riesco a smettere di pensare a cosa significhi per una ragazza/donna scoprire di essere finita su un gruppo del genere (ce ne sono decine e decine), di essere "scambiata", di essere messa in piazza, ceduta»