Le vere amicizie sono anche “scomode”
di Vincenzo LigrestiQuando riflettiamo sulla relazione sentimentale che vorremmo, pensiamo subito a che tipo di persona preferiremmo accanto: magari una che ci renda migliori, ci stimoli, apprezzi i nostri pregi ed evidenzi con garbo i difetti da smussare. È un esercizio di scelta, che a volte non viene automatico nel campo delle relazioni amicali, dove si crede che le persone ci “capitino” nel flusso della vita. È la tesi del libro Friendfluence, della giornalista Carlin Flora, secondo cui essere “tirati dentro” passivamente dalle amicizie può essere un grande limite, soprattutto se non stimolano le corde giuste.
Negli ultimi anni però si è iniziato molto più a parlare di come le amicizie ci fanno sentire: se ci supportano, se ci ascoltano, se ci “fanno bene”. È un dibattito imprescindibile, ma nell’epoca dei contenuti semplificati, ci si dimentica spesso che non tutto ciò che mette in discussione è “tossico”, e che le amicizie non sono sempre comode. Anzi, sono relazioni dinamiche, e come tali comportano affetto e frizione, stima e differenza, ascolto e verità. Non tutto è bianco o nero, e anche noi abbiamo le nostre responsabilità. E a meno di comportamenti chiaramente dannosi, è spesso proprio nella tensione che una relazione amicale diventa significativa: perché ci costringe a riflettere su chi siamo, chi vogliamo essere.
Non vorremmo tutti, per dire, qualcuno che ci faccia notare che potremmo fare meglio? O che ogni tanto ci stimoli a emularlo? O speriamo che un po’ ci ammiri? Il punto non è dividere il mondo in buoni o cattivi ma, come scrive Flora, la vera domanda è «in che misura siamo ciascuna di queste cose in relazione agli altri».
Tale visione trova conferma anche nelle teorie evoluzionistiche: il biologo Robert Trivers sostiene che «metà della nostra rete sociale è fatta di relazioni ambivalenti», ed è anche da questi legami complessi che deriva la nostra capacità di evolverci come specie sociale. Perché alla fine siamo tutti un po’ consapevoli di «contenere moltitudini», come scriveva Walt Whitman, e che le amicizie alla “Amica geniale”, prima di esaurirsi o cambiarci, ci fanno, nel bene e nel male, e nella loro ambivalenza, crescere.