Secondo uno studio del centro di ricerca demografica del Max Planck Institute del 2024, i nonni nel mondo sarebbero circa 1,5 miliardi, di cui, secondo le stime Ipsos, 12 milioni in Italia. È quindi molto probabile che, oltre ai vostri, ne abbiate incontrati parecchi nel corso della vita.

Ma vi siete mai accorti che a volte proprio i nonni – uno in particolare, o magari quelli di un amico – sembrano più aperti o permissivi dei genitori sulle relazioni, sul lavoro, sugli stili di vita o anche solo sugli orari in cui rientrare a casa? Il motivo, secondo lo psicologo dello sviluppo Erik Erikson, risiede nella maggiore capacità di riflessione, accettazione e saggezza che alcune persone raggiungono nella fase più matura della vita. I nonni, avendo già vissuto l’esperienza della genitorialità, possono adottare un approccio più distaccato ma empatico. Hanno sperimentato gli errori, hanno visto i risultati delle loro scelte, e si concedono una certa “morbidezza” emotiva.

Del resto i nonni, come nota la sociologa francese Martine Segalen, non hanno la responsabilità diretta dell’educazione dei nipoti: questo li rende meno rigidi e più liberi di esprimere empatia, apertura, ascolto. Inoltre, lo scambio con i nipoti per loro è fondamentale: rappresenta un ponte con le novità, altrimenti spesso poco accessibili. Ed è proprio in questo spazio libero, di scambio, che il nonno può diventare un rifugio emotivo per il nipote, e allo stesso tempo sentirsi profondamente riconosciuto. In sostanza, non si tratta solo di una questione di età o esperienza, ma di un cambio di prospettiva: i nonni, se liberi dal dovere educativo primario, possono rivelarsi dei grandi e speciali alleati.