Gli auricolari col filo non sono il massimo dello stile, sbrogliarli può costarti diversi minuti e, se ti muovi troppo, sono sempre lì a ricordarti della loro esistenza. Eppure, una cosa è certa: sono mille volte meglio di quelli senza. «Io ho abbandonato le cuffie senza filo dopo quella volta che mi si sono scaricate in metro,» mi racconta Elena, 27 anni. «Mi ero appena lasciata, stavo ascoltando musica triste: è stata una tragedia nella tragedia».

Non è la sola: un sacco di persone (pentite) là fuori sono tornate al filo o non lo hanno mai abbandonato (consce dei propri limiti). Del resto, dover gestire un altro dispositivo – anzi due – da ricaricare, non perdere, infilare ogni volta nella custodia somiglia più a una condanna che a una liberazione dai fili.

Soprattutto da quando le Airpods hanno fatto la loro comparsa, sembrava che nell’arco di dieci anni le cuffie con filo sarebbero sparite, e invece sono più presenti che mai. Non è nemmeno una questione generazionale: in giro potete vedere tanto businessman che sembra parlino da soli per strada quanto ragazzini con Labubu e fili penzolanti. Anche perché, ormai, quando compri uno smartphone di certi marchi non ti danno più le cuffie in dotazione, e c’è una questione di costi.

«Sono una persona che perde tutto sistematicamente e possedere delle cuffie bluetooth serie, di un certo livello, è troppo dispendioso per me», mi dice infatti Viola, 30 anni. «Preferisco avere tante paia di cuffiette con filo ‘da poco’ sparse in giro per la casa piuttosto che un paio da 120 che potrebbe andare perduto in qualsiasi momento».

Perché, alla fine, le cuffie col filo hanno un superpotere: fanno sempre il loro sporco lavoro. Non ti chiedono di caricarle, non emettono suoni passivo-aggressivi quando stanno per spegnersi, e non sparisce misteriosamente uno dei due auricolari. Funzionano finché non le rompi. E già che ci siamo: sono più sostenibili, costano meno, e se poi si arrotolano un po’… pazienza. Meglio un nodo che una batteria scarica.