«Venezia non è in vendita, non è in affitto. E non è il parco giochi di Jeff Bezos». Con questo slogan, la rete No Space for Bezos – composta da comitati, movimenti e realtà locali – ha lanciato una mobilitazione contro il matrimonio del fondatore di Amazon, che dal 26 al 28 giugno trasformerà la città lagunare in un teatro esclusivo per le sue nozze con la giornalista Lauren Sanchez. Tre giorni tra yacht extralusso, monumenti storici affittati e una lista di invitati che sembra uscita da un gala degli Oscar. La città sarà blindata, stravolta e, letteralmente, comprata.

«Non abbiamo bisogno del matrimonio di Jeff Bezos», afferma a VD Federica Toninello, tra le portavoce del movimento, ricordando come, nonostante Venezia sia la città più turistificata d’Italia, un veneziano su tre vive comunque con meno di 15mila euro all’anno. «No Space for Bezos è uno slogan duplice e politico. Da un lato denunciamo lo sfruttamento della città da parte dell’amministrazione Brugnaro, fondata su grandi eventi e turismo di lusso, insostenibile per i residenti. Dall'altro è un attacco diretto alla figura di Bezos, simbolo di un capitalismo predatorio che sfrutta lavoratori e territori, colonizza lo spazio, va a braccetto con l'estrema destra americana».

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Il matrimonio sarà celebrato in forma blindata tra l’isola di San Giorgio Maggiore, interamente affittata per l’occasione (basilica palladiana inclusa), e la Scuola Grande della Misericordia, uno splendido edificio nel cuore del sestiere di Cannaregio. Proprio quest’ultima location è al centro di una storia complicata. La Scuola è concessa in gestione dal 2009 a una società collegata al gruppo Umana, che fa capo al sindaco Luigi Brugnaro. Lo stesso sindaco che, una volta eletto, ha cercato di placare le accuse di conflitto di interesse affidando le sue imprese a un blind trust con sede a New York, sul quale sostiene di non avere controllo.

Per il matrimonio sono stati prenotati diversi hotel di lusso, noleggiata un’intera cooperativa di taxi (risorsa «certo costosa, ma cruciale per i residenti in caso di emergenze») e richiesta la disponibilità delle gondole, monopolizzando servizi fondamentali. Il sindaco Brugnaro ha definito una «vergogna» le proteste: per lui e per Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, la scelta di Bezos è un «onore» e «un’opportunità» per la città. Ma le opposizioni e i comitati ribattono che la vera vergogna è trasformare Venezia in un palcoscenico per oligarchi, con effetti nulli per l’economia reale.

«A doversi vergognare sono loro. In dieci anni, la città è stata svuotata di residenti, senza servizi essenziali e di prossimità. Siamo ad un punto di non ritorno», in cui, quando un medico di base va in pensione, non se ne trovano altri perché non vogliono venire a vivere qui. Inoltre, spiega Toninello, «i lavoratori degli alberghi non vedranno un euro in più in busta paga. Questi eventi portano soldi solo nelle tasche di chi è già ricco». È pura propaganda, e la gente non ci crede più.

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Il movimento No Space for Bezos ha già dato il via alle proteste. Alcuni giorni fa, attivisti sono saliti sul campanile della Basilica di San Giorgio e hanno srotolato un grande striscione con il nome di Bezos barrato da una X rossa. Ma il clou dovrebbe arrivare sabato 28 giugno, quando sono previsti i ricevimenti ufficiali. Quel giorno, la rete ha annunciato che saranno pronti a gettarsi nei canali, con gonfiabili e barchette, per bloccare l’accesso alla Scuola della Misericordia. «Non possiamo più accettare la logica del ricco imperatore che lascia le briciole e noi dovremmo essere lì a raccoglierle», ha detto Toninello a VD.

In una città piegata dal turismo di massa, dallo spopolamento, dalla crisi abitativa e dalla carenza di servizi essenziali, l’arrivo di Jeff Bezos con il suo corteo di miliardari è più di una cerimonia sfarzosa. È il simbolo di una Venezia ridotta a scenografia per i potenti, dove ogni pietra si può affittare, ogni scorcio trasformare in set, mentre chi la abita viene lentamente espulso. È il trionfo di un modello che sacrifica la vita quotidiana dei residenti al prestigio effimero degli eventi globali.

Ma in questa deriva, c’è chi resiste. Chi si organizza, protesta, rivendica il diritto a vivere la città. Perché se per Bezos Venezia è un set di nozze, per chi ci vive è ancora una casa da difendere.