«Da me sei in un ambiente medico. Non si compra salute solo perché hai dei soldi. Da me si fanno dei trattamenti finalizzati a star meglio con te stessa», oppure «Cosa si prova a essere la figlia di un chirurgo plastico ed essere un po’ androgina?»: su TikTok e Instagram sono comparsi da qualche tempo video di chirurghi plastici estetici – o che si spacciano come tali – che, tra un trend e l’altro, propongono i loro servizi.

Del resto, il filler ormai si può fare ovunque: le fiale di acido ialuronico si comprano online e alcune farmacie lo consegnano senza prescrizione, nonostante il rischio di traumi gravi. Per questo, come riporta La Stampa, Maurizio Benci, dell'associazione italiana medicina estetica botulino (Aiteb), invita i medici «a negare interventi quando non si ritengono necessari. Magari perché un giovane vede nel ritocco estetico un tentativo di integrazione e di miglioramento dell'autostima».

In molti video sui social, però, sono gli stessi medici a veicolare un’idea ben precisa di bellezza e “femminilità”, puntando più a creare un bisogno che a rispondere a una domanda effettiva. E molti di coloro che si definiscono chirurghi plastici estetici non hanno nessuna competenza in materia. Nei casi migliori – se tutto non va come deve – ce la si può cavare con qualche fastidio, in quelli peggiori si può morire, come accaduto ad Ana Sergia Alcivar Chench, morta durante un’operazione di liposuzione. Il chirurgo José Gregorio Lizarraga Picciotti è indagato dalla procura di Roma, insieme all'anestesista Paolo Colcerasa e all'infermiere Domenico Alario. Già nel 2006 e nel 2018 era stato denunciato per lesioni da pazienti sottoposte a liposuzioni e altri interventi estetici.

Tutto questo è favorito anche dall’assenza di regole nella pubblicizzazione dell’attività medica, come spiega il presidente dell'Ordine dei medici, Filippo Anelli:
«La Bolkestein, la direttiva europea che equipara i medici a un'impresa, considera qualsiasi intervento sulla pubblicità come una limitazione della libera concorrenza. Finendo così per legare le mani all'Ordine, che prima aveva il potere di autorizzare o meno un’inserzione pubblicitaria», ha detto a La Stampa.

Un altro problema è rappresentato dalla normativa italiana:
«La legge richiede il titolo di specializzazione solo per i medici di radiologia, anestesisti, radioterapisti e specialisti in medicina nucleare. Una specializzazione in medicina estetica tra l'altro non esiste», dice Anelli. «È praticata soprattutto da chirurghi plastici e generali, otorini e dermatologi. Ma anche in questo caso – aggiunge – i medici dovrebbero aver fatto un percorso specialistico».

Nel frattempo, per tutelarsi, si può verificare se almeno «il nominativo visto sui social sia presente negli elenchi online delle società scientifiche di medicina estetica e chirurgia plastica».