La Corte di Cassazione ha stabilito in via definitiva che accedere senza autorizzazione alle chat WhatsApp di un partner o ex coniuge costituisce reato. E lo ha fatto rigettando il ricorso presentato da un uomo condannato dalla Corte d’Appello di Messina per aver estratto, senza il consenso della ex moglie, conversazioni e registri chiamate dal suo cellulare, fotografandoli con un altro telefono.

La sentenza, depositata il 5 giugno 2025, è chiara: anche se si è a conoscenza della password del dispositivo o se si utilizza un telefono precedentemente condiviso, ogni accesso non espressamente autorizzato rappresenta una violazione della privacy e integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, punibile fino a 10 anni di reclusione.

Il caso risale al 2022, in un contesto di separazione conflittuale. L’uomo, sospettando un tradimento da parte della moglie, aveva estratto diverse conversazioni WhatsApp tra lei e un collega di lavoro, scattando foto alla schermata delle chat e del registro chiamate, salvando i contenuti senza che lei lo sapesse. Parte di questi messaggi erano poi stati inviati ai genitori della donna e consegnati all’avvocato dell’uomo, come “prove” nella causa di separazione.

Secondo i giudici della Suprema Corte, WhatsApp è un sistema informatico a tutti gli effetti, «un’applicazione software progettata per gestire la comunicazione tra utenti utilizzando reti di computer per trasmettere dati, combinando hardware, software e reti». Come tale, è soggetto alle tutele previste dalla legge.

Nella sentenza si legge che l’uomo ha “arbitrariamente invaso la sfera di riservatezza della moglie attraverso l’intrusione in un sistema applicativo”, protetto da una password. Anche l’aver scattato delle foto allo schermo, quindi senza tecniche di hacking o forzature, è stato considerato un comportamento penalmente rilevante.

Non solo: lo stesso utilizzo successivo dei dati “trafugati” ai fini processuali è stato giudicato illegittimo. La Cassazione ha ricordato che le chat WhatsApp, in quanto «corrispondenza», sono tutelate dall’articolo 15 della Costituzione, che garantisce la segretezza delle comunicazioni.

Un altro aspetto toccato dalla sentenza riguarda l’utilizzo delle chat come prove nei procedimenti civili. La Cassazione, richiamando l’Ordinanza n. 1254 del 18 gennaio 2025, ribadisce che le conversazioni WhatsApp possono costituire prove documentali, ma devono essere autenticate: non basta una trascrizione o uno screenshot. Occorre presentare il dispositivo originale o affidarsi a una perizia forense che certifichi l’integrità e la provenienza del materiale.

Insomma, la Cassazione è stata netta: violare il telefono di un partner o ex partner è un reato grave. Chi accede senza permesso a un sistema protetto – come lo è ogni smartphone bloccato da PIN o password – rischia una condanna fino a 10 anni di carcere. La privacy digitale non è un’opinione. E nemmeno la fine di un amore giustifica la violazione della legge.