Se Denisa Adas fosse stata una madre modello, un angelo del focolare, probabilmente i media avrebbero parlato subito di femminicidio.

Adas però faceva la sex worker ed era straniera, quindi apparteneva a quella categoria di persone che non possono mai essere interamente viste come vittime.

Adas è stata uccisa da Vasile Frumuzache, 32 anni, che dice di averla strangolata perché lei lo ricattava. Al momento è accusato di omicidio volontario e di soppressione di cadavere. Il movente del delitto però potrebbe non reggere dopo la scoperta di un secondo femminicidio, avvenuto lo scorso anno. L’uomo avrebbe confessato di aver ucciso anche un’altra donna, Ana Maria Andrei, perché aveva rifiutato una prestazione sessuale a pagamento a bordo di un’auto.

Per raccontare i fatti, i media hanno scelto di usare foto “ammiccanti” e titoli in cui la parola “escort” viene prima del nome della vittima. Nei pezzi si riportano particolari inutilmente crudi per la comprensione di quello che è successo – senza pensare a parenti e amici che potrebbero leggere quegli stessi articoli – e soprattutto si lascia in chi legge la sensazione che in fondo, per le due sex worker, quello che è accaduto sia “un rischio del mestiere”.

Quello che resta fuori tutto questo è la voce delle sex worker, delle colleghe e dei colleghi di Adas e Andrei. Già nel 2017 il collettivo di sex worker Ombre Rosse sosteneva che fintanto che vendere sesso sarà considerato un’attività criminale e immorale, nessuno e nessuna sarà protetto, «se non l’immagine della donna decorosa e pura», e rafforzerà «uno stigma sessista funzionale all’asservimento di tutto il genere femminile».

Non abbiamo bisogno di sapere il mestiere di Adas e Andrei. Abbiamo bisogno di sostenere i diritti delle persone che vendono sesso, a partire da quello di non essere considerate vittime di serie B.