Le sfumature di confidenza possono essere pressoché infinite, e mutare nel tempo, in un rapporto genitore-figlio. Ma una domanda sorge spontanea: i due possono essere amici? E se sì, in che modo?

Per alcune persone diventare genitori è una tappa della vita, ma è anche un compito complesso che dura molto di più. Nessuno dovrebbe pretendere che saprai gestire all’istante ogni situazione, ma tendenzialmente cercherai di fare del tuo meglio (o almeno si spera). «La genitorialità è un viaggio di apprendimento continuo», mi spiegano le psicologhe Giulia Amicone e Federica Micale di Apsicologa. «Ogni genitore vive il suo ruolo genitoriale con una sua specificità che va riconosciuta, valorizzata, resa funzionale e collaborativa con lo stile delle altre figure di riferimento per il figlio». In questo senso nella psicologia dello sviluppo, come mi ricordano le esperte, rimangono ancora un fondamento gli stili genitoriali teorizzati da Diana Baumrind.
C’è lo stile autoritario, con un alto grado di controllo e una comunicazione perlopiù unidirezionale; lo stile trascurante/rifiutante, con un grado di coinvolgimento emotivo basso; e poi quelli più gettonati nelle intenzioni: lo stile permissivo, che favorisce un clima familiare aperto e democratico, senza troppe restrizioni o pressioni sui figli; e lo stile autorevole, dove si cerca un equilibrio tra autorità e supporto emotivo.

Lo stile genitoriale però non è qualcosa che si sceglie, si mette nel carrello e lo si fa arrivare a casa. Per quanto si vorrà tendere a uno stile, questo sarà plasmato dalle esperienze di vita, valori, credenze. Si tratta di un pacchetto che potenzialmente può diventare un grande terreno di scontro, crescita e cambiamento, sia per i genitori che per i figli. Pensiamo, ad esempio, al coming out di una figlia: può impiegare anni per scardinare convinzioni radicate nei genitori, e generare un nuovo modo di comprendersi.
Pertanto il conflitto – ma anche reagire in base alle sfide di certi periodi, riflettere sul proprio ruolo – è qualcosa di fondamentale. «Il proprio stile genitoriale è qualcosa che va (ri)conosciuto, analizzato, compreso, decostruito (se necessario), e ristrutturato», spiegano le esperte. «Questo processo non inizia e finisce, perché le situazioni sono in continuo mutamento e lo stile richiede tanta flessibilità quante sono le sfide e le opportunità che la vita mette davanti».
In sostanza, per quanto si possa sbagliare e ricalibrarsi, soprattutto durante le fasi della crescita dei figli, il ruolo genitoriale ha una sua specificità intrinseca imprescindibile: il compito educativo.

«Un genitore che sta svolgendo la sua funzione di educatore non deve e non può essere un amico», sottolineano le esperte. «Questo perché il rapporto deve essere guidato dalla consapevolezza dei ruoli, che non sono paritari; non può esserci quella parità di scambio che caratterizza l’amicizia».
Inoltre, la qualità della relazione genitori-figli, secondo uno studio condotto in 21 paesi pubblicato su Communications Psychology, sarà il fattore determinante del benessere mentale dei figli e della loro capacità di muoversi nel mondo in futuro. Ma quindi, perché l’idea del genitore-amico, in apparenza così affettuosa, oggi pare più diffusa che mai? Perché affonda le radici «nella società della positività spesso forzata, tossica, che rende il genitore incapace di accettare le ‘emozioni negative’ del figlio», chiariscono le psicologhe.
In questo caso, in gergo, si parla di genitori peluche, ovvero «quegli adulti che hanno rinunciato alla propria autorità». I motivi possono essere diversi: perché sono emotivamente fragili, perché avere un figlio amico prolunga la loro sensazione di gioventù (appiattimento generazionale), o perché sentirsi illusoriamente amici legittima un ruolo che a volte l’adulto stesso fa fatica a capire. Ovviamente, tutto questo non significa che un buon rapporto di apertura e sincerità debba essere escluso. Anzi, condividere qualcosa della propria esperienza può essere utile e creare connessione. Ma serve misura.

Un conto è spiegare un momento difficile, raccontare un episodio del passato con valore educativo; un altro è riversare ansie o problemi personali, pensando che i figli – soprattutto in adolescenza – siano «abbastanza grandi» per capire tutto. «Raccontare qualcosa di sé è parte di una condivisione che è importante creare e mantenere», spiegano le esperte, «Ma non confondiamo le acque: perché essere aperti e disponibili al dialogo non significa condividere ogni dettaglio personale o scaricare sui figli le proprie fragilità emotive. I figli non devono diventare confidenti o terapeuti dei genitori perché questo carico emotivo può generare ansia, senso di inadeguatezza o sensi di colpa.» Quando i figli diventano adulti e vivranno altrove, il rapporto potrà certamente assumere tratti più orizzontali. Ma anche in quel caso, saper filtrare cosa condividere e cosa no resta un gesto fondamentale di cura.