Come il club queer mi ha aiutato a scoprire la mia sessualità
di Paolo Roberto CiccarelliFino a 22/23 anni non sono andato quasi mai a ballare. Era capitato qualche volta di rado, per un compleanno o per uno di quegli eventi a cui non puoi dire di no, ma non mi era mai piaciuto: brutta musica, gente per me strana, non sapevo che fare.
Erano i primi anni 10, approfittai di amici che lavoravano a Roma per trascorrere un weekend nella capitale e lessi su Dagospia di questa festa stratosferica, “gaia”: Muccassassina.
Fu così che feci il mio ingresso nella scena clubbing, fu così che feci il mio ingresso nella scena queer.
Mucca, come la chiamano i più affezionati, non è stata esattamente il primo strumento per scoprire la mia sessualità fluida, perché qualche avvisaglia c’era già stata, in altri contesti. Ma è stata sicuramente il primo spazio dove ho potuto dare libero sfogo ai miei orientamenti.
Per un paio di anni quei tre piani a Tiburtina sono stati il mio divertimento, nonostante vivessi in provincia di Napoli. Almeno una volta al mese mi fiondavo in un regionale di venerdì sera che apriva le danze del mio weekend. Infatti, quando restava un po’ di energia, mi trattenevo fino alla domenica, per catapultarmi all’after del Frutta e Verdura, altro luogo storico e iconico della nightlife romana LGBTQ+.
Il club, quello vero, non è soltanto – come molti pensano – un luogo in cui strabordano musica, alcol, droga, sesso e divertimento. Il club è una dimensione sociale, in cui relazionarsi con le persone più affini; è un safe space, soprattutto per le minoranze vituperate all’esterno, ed è un palcoscenico per esprimere arte.
Inoltre, in una città così grande e così piena come la capitale, si è verificata nella mia esperienza anche la fine di uno stigma: lo stigma del sex working. Capita di incontrare spesso persone che lavorano nel mondo del sesso e, condividendo gli stessi spazi e gli stessi divertimenti, viene meno quella convinzione strampalata e superficiale che associa la vita privata di queste persone alla loro pubblica professione. Le vite, le persone, bisogna conoscerle, e pochi posti al mondo disinibiscono più di un club (anche da lucidi).
Dopo Roma ho approfondito la scena di Milano: ci ho vissuto due anni ed era impossibile non finire ogni sabato al Plastic, mentre l’after domenicale era al Botox. A Milano tutto è un po’ più pettinato, pure la scena queer naturalmente, che è influenzata molto anche dalla moda. Per me lì è stato più difficile creare delle relazioni, ma la città mi ha comunque dato l’opportunità di entrare in contatto con la sua dimensione artistica e culturale senza alcun dubbio illuminante.
Grazie a contesti più ricercati e contemporanei, ho cominciato ad apprezzare sempre di più esibizioni sperimentali, selezioni musicali non commerciali, e alfabetizzazione su temi inclusivi; perché anche un giovanotto come me, con allora già non pochi anni di esperienza, senza determinate basi culturali è incappato in strafalcioni come misgendering, deadnaming o banale insensibilità artistica.
2020, pandemia, ritorno nella mia Napoli. Erano i tempi delle riaperture, quel periodaccio fatto di zone colorate e coprifuoco, sembra una vita fa. Ci ero già stato qualche volta negli anni precedenti, ma è in questi tempi bui che divento un habitué di quello che considero un faro sulla movida napoletana: Club Venus.
Non che gli aspetti terrificanti della nightlife partenopea non siano presenti anche nelle altre città di cui sopra, però a Napoli li noto un po’ di più, sarà perché è un territorio avvezzo agli eccessi e sarà pure che ci sono nato, e lo conosco meglio di tutti gli altri.
Nei vari locali dentro e soprattutto fuori il centro, vigono svariate dinamiche tossiche, in ordine sparso: estorsione dei parcheggiatori abusivi, selezione all’ingresso in base al sesso, cultura stradiffusa di andare a ballare per “acchiappare”, obblighi di "pedaggio” in cappotteria, valore sociale legato al tavolo nel privé, musica ipercommerciale, e, purtroppo, altro.
In tutta questa baraonda, Club Venus è stato per me un punto di riferimento, semplicemente perché è tutto quello che non sono gli altri attorno: un party queer che ovviamente non conosce discriminazioni, impegnato sia sul fronte sociale che su quello creativo; un posto dove la community non mi fa sentire solo, anche se spesso ci vado da solo.
A Napoli non esiste solo Venus – ci sono anche altre realtà queer come Anatema o underground come Basic Club – ma è a Club Venus che ho trovato la mia dimensione e oggi, dopo anni di frequentazione, conosco un po’ tuttə: ho fatto nuove amicizie, ho incontrato amori. E il club non ha mai smesso di stare al centro, di essere il nostro spazio.
Oggi ho 36 anni ed è molto difficile che passi una settimana senza andare a un party queer, è una parte di me, della mia routine. Ma è anche una questione di riconoscenza: la scena queer è stata la più grande opportunità che ho avuto di conoscermi davvero e continua a essere il luogo in cui più mi sento libero.