Lanciata l’8 maggio dalla società indipendente Watermelon Pictures, Watermelon+ è la prima piattaforma streaming dedicata al cinema palestinese. Nasce per colmare un vuoto enorme: la quasi totale assenza di film palestinesi nei circuiti internazionali, e in particolare in quello italiano. Storie fondamentali, molte delle quali invisibili in Occidente, ignorate dalla distribuzione, ostacolate dalla censura o confinate a proiezioni marginali in festival di nicchia.

Watermelon+ è stata fondata a Chicago nel 2024 dai fratelli Badie e Hamza Ali, con Alana Hadid come direttrice creativa. Raccoglie i migliori film realizzati da registi palestinesi negli ultimi trent’anni e li rende finalmente accessibili al pubblico globale. Sarebbe riduttivo, però, definirla soltanto una piattaforma per vedere film. È piuttosto uno spazio politico e simbolico, una casa per un cinema necessario, urgente, ma quasi sempre invisibile.

Tra i titoli disponibili ci sono opere come The Encampments, documentario sull’ondata di proteste filo-palestinesi nei campus universitari americani, e From Ground Zero, un’antologia di cortometraggi diretta da 22 registi palestinesi, prodotta da Michael Moore. C’è The Wanted 18, che racconta la surreale vicenda di una cooperativa lattiero-casearia della Cisgiordania, durante la Prima Intifada, diventata "minaccia alla sicurezza" per via delle sue mucche. Ancora, Exception, un film che vede un professore palestinese travolto da un video virale e costretto a confrontarsi con scelte morali e politiche difficili. Infine, Degrade, ambientato in un salone, dove un gruppo di donne si rifugia durante uno scontro armato all’esterno: uno sguardo intimo e corale sulla vita quotidiana in un contesto estremo.

Il nome Watermelon – anguria, in italiano – non è scelto a caso. Dopo il 1967, con l’occupazione israeliana della Cisgiordania e Gaza e il divieto di esporre la bandiera palestinese, l’anguria è diventata un simbolo alternativo di resistenza: tagliata, rivela gli stessi colori della bandiera (rosso, verde, bianco e nero). Oggi è tornata ad essere un’icona culturale, presente nelle occupazioni, nelle manifestazioni in piazza, nei social, nei graffiti e ora anche nel logo di una piattaforma nata per rendere visibile ciò che per troppo tempo è stato oscurato.

«Non vogliamo solo conservare il nostro passato, ma contribuire a costruire il futuro», afferma Hamza Ali. Watermelon+ è infatti anche un trampolino per nuovi artisti e nuove storie, capaci di ridefinire la narrazione dominante sulla Palestina e sulle comunità marginalizzate e dimenticate. I fondatori parlano di un progetto nato dal basso, sostenuto da una comunità globale desiderosa di accedere a questi contenuti. «Non abbiamo dovuto fare molto in termini di pubblicità, e questo dimostra quanto siano importanti questi film. La gente ne ha bisogno. E li vuole», raccontano i fondatori.

Watermelon+ è già online e visibile in tutto il mondo. L’abbonamento costa 7,99 dollari al mese o 79,99 dollari all’anno. Niente pubblicità, nessun algoritmo che ti consiglia cosa guardare: solo un catalogo curato, in crescita continua, che restituisce spazio a un cinema troppo spesso escluso.