Perché gli italiani sono innamorati del Giappone
di Vincenzo LigrestiSe negli ultimi mesi o soprattutto settimane, scrollando, hai pensato “Ma possibile che siano tutti in Giappone?”, non sei il/la solo/a. Complici sicuramente gli algoritmi che mi conoscono più di quanto io conosca me stesso, tra caroselli Instagram di amici tra i sakura (i ciliegi in fiore) e TikTok sui migliori manicaretti al matcha a Kyoto, è successo lo stesso anche a me.
Ma, almeno stavolta, non è affatto una mia, nostra impressione, conseguente alle distorsioni percettive dovute alle bolle in cui siamo immersi. Secondo i dati più recenti di JNTO, l’Organizzazione Nazionale del Turismo Giapponese, i viaggiatori italiani - rappresentando il 5% del totale dei viaggiatori stranieri - sono stati oltre 152mila nel 2023. Si tratta di un +542% rispetto al 2022, e questo aumento percentuale supera le tre cifre se confrontato al 2015, quando complessivamente i turisti italiani erano appena 20mila.
È qualcosa che però sta succedendo anche all’inverso: nonostante una quota di turisti nipponici sia da sempre una certezza in Italia - tra nasi all’insù tanto in Duomo a Milano quanto a piazza Stesicoro a Catania - i dati ISTAT 2023 indicano oltre 1 milione di presenze, un aumento del 218,6% rispetto al 2022.
Eppure, sebbene la turistificazione sia tanto dibattuta in città come Firenze, dove il mercato degli affitti brevi è una questione non da poco, quanto a Fujikawaguchiko, in cui è stata innalzata una barriera per ostruire la vista del monte Fuji in un punto fotografico diventato virale; il turismo è un settore su cui puntano tantissimo entrambi i Paesi.
In italia è ancora impressa nelle nostre menti quella tremenda campagna con la Venere di Botticelli versione influencer che, ciclicamente, rispunta per inquietarmi oltremodo. Ma anche il Giappone, pur con toni più sobri, non è da meno. Messo in conto l’Expo di Osaka 2025, il governo mira a un aumento considerevole del turismo da qui al 2030, promuovendo soprattutto le aree meno battute dal turismo di massa, come la prefettura di Okayama. A partire da luglio 2025, inoltre, entrerà in vigore un sistema tariffario a due livelli presso le principali attrazioni, per cui i turisti stranieri pagheranno di più rispetto ai locali; e da novembre 2026, l’attuale sistema di shopping esentasse verrà riformato: i turisti dovranno inizialmente pagare il prezzo pieno, per poi richiedere il rimborso in un secondo momento.
Arrivati a questo punto dell’articolo, anche se forse lo avrete intuito, è giusto però che faccia coming out. Sono un millennial italiano sulla trentina, da sempre innamorato del Giappone, in maniera così sconfinata che, alla fine, nel 2024, nonostante il suo devastante terrore per gli aerei, ci è andato per davvero. Innanzitutto perché finalmente dopo anni sono riuscito a risparmiare soldi sufficienti, poi per tutti i motivi che vi elencherò qui di seguito. Non riguardano però solo me, là fuori siamo in tantissimi: per questo ho deciso di esplorare le radici dell’ossessione tutta italiana per il Giappone, compresa quella degli appassionati dell’ultima ora. Pronti, su partenza, via.
Bim bum bam e i “cartoni animati” giapponesi
In principio fu la dieta animata nipponica. Lady Oscar, i Cavalieri dello Zodiaco, Candy Candy, Sailor Moon, Piccoli problemi di Cuore, Lupin, Evangelion, Ranma ½, Dragon Ball. A partire degli anni Settanta, ma soprattutto dieci anni più tardi con la nascita di Bim Bum Bam, dai tubi catodici delle nostre case iniziarono a entrare tantissimi anime, che all’epoca chiamavamo cartoni animati.
Erano gli anni in cui la responsabile della programmazione per ragazzi delle reti del Biscione, Alessandra Valeri Manera, comprava grandi titoli, che venivano ripresentati con sigle cantante soprattutto da Cristina D’Avena. Ma, soprattutto, filtrati dalla censura italiana, come i mille tagli alla queerness di Sailor Moon (sappiamo ormai tutti che Neptuno e Uranus non erano solo amiche, giusto?).
Nonostante questo, in quegli anni si avvicendarono reazioni comunque surreali. Come quella volta in cui nell’aprile 1997 su diversi testate uscirono articoli riportanti le dichiarazioni al Festival di Amalfi di Vera Slepoj, psichiatra e allora responsabile di 'Video Help'. Slepoj sosteneva che «Sailor Moon disturba lo sviluppo sessuale dei bambini. [..] È un personaggio molto ambiguo, con tratti maschili».
Eppure, aldilà di magheggi e vaneggiamenti, qualcosa era ormai entrato nella nostra testa: l’inconfondibile e aesthetic storytelling dei mangaka mutuato sullo schermo. A cui in molti, poi, non abbiamo potuto fare più a meno, continuando a guardare anime come Nana o Inuyasha su Mtv o, ancora oggi, a cercare le ultime stagioni di Demon Slayer su Crunchyroll (Il Netflix degli anime, per chi non è pratico).
Pokémon, Nintendo e tamagotchi: la cultura pop giapponese
Se la storia degli anime ha una sua specificità italiana, è altrettanto vero che è solo la punta dell’iceberg di un processo molto più globale, raccontato egregiamente nel libro “POP ポップ Come la cultura giapponese ha conquistato il mondo”. Nel saggio, Malt Alt spiega che le generazioni ad essere cresciute, in qualche modo, con le fantasie giapponesi, la cultura Kawaii e le emojil non sono solo i Millennials, ma anche quella precedente (la Generazione X) e la successiva (la Gen Z).
Le fantasie riguardano, innanzitutto, i manufatti arrivati a noi sempre con qualche anno di ritardo: dal karaoke al walkman, passando per il Nintendo. Alle mie sorelle più grandi invidiavo il “Canta tu”, i tamagotchi, il Nintendo 64 con Mario Smash Bros, ma ma poi, con l’inizio del nuovo millennio e tante paghette risparmiate, arrivò finalmente il mio turno: il primo Game Boy con Pokémon Rosso, uno dei primi giochi dell’attuale media franchise intergenerazionale più redditizio al mondo.
Da qui, poco a poco, lo sdoganamento (e la rivalutazione) della cultura Otaku, termine che indica una subcultura di persone "ossessionate", in senso buono, da anime, manga, figure e più in generale della cultura pop giapponese. Oggi sui social, bypassando lo stigma di un tempo, italiani di qualunque età mostrano le loro collezioni o, nel mio caso, anche l'entusiasmo per il "Pokémon Pilgrimage", il pellegrinaggio verso mete come i Pokémon Center o i Pokémon Café di Tokyo, Kyoto, Osaka e così via.
Dai sushi all you can eat alle Izakaya fancy: l’amore degli italiani per il cibo giapponese
Un altro aspetto fondamentale - forse il più decisivo - dell’innamoramento italiano per il Giappone è stata sicuramente l’ascesa dei Sushi all you can eat (quasi sempre gestiti da cinesi, ma questa è un’altra storia). Tra abbuffate, fughe per non pagare gli extra lasciati sul piatto, e usi impropri della salsa di soia, nei primi anni dieci anche i più insospettabili iniziarono a entusiasmarsi per questa formula, e così si diffusero velocemente, prima nelle grandi città, poi nelle province.
Nella “Milano sushi & coca” cantata da M¥SS KETA - città dove nel 1977 venne aperto il primo vero sushi bar d’Italia, Poporoya - oggi si contano oltre 400 ristoranti AYCE. E - per quanto i puristi vi diranno che l’uramaki philadelphia che vi servono lì non è vero sushi - molti del settore concordano che queste tipologie di ristoranti abbiano spianato la strada alle nuove aperture che propongono sushi più simile all’originale (e più caro) o cucina tradizionale giapponese.
Aya Yamamoto, proprietaria di Gastronomia Yamamoto, un locale di cucina tradizionale giapponese in zona Missori a Milano, ha spiegato a VD News che «Gli All you can eat hanno avuto il merito di far conoscere la cucina giapponese, e poi siamo arrivati noi». Poi le copiose aperture di Ramen bar e di Izakaya fancy un po’ ovunque; i corsi di cucina per preparare uramaki; e la salsa di soia e annessi sugli scaffali dei supermercati più popolari.
«Posto quindi sono»: tra foto di cibo, vacanze e reel su “5 tappe imperdibili”
Infine, è stato decisivo il boom dei video verticali su TikTok e delle gallery su Instagram. Da una parte, creator che ti servono in loop “10 cose da non perdere a Kyoto” o “Il miglior ramen di Golden Gai”. Dall’altra, caroselli di amici in Giappone davanti ai bagni del film Perfect Days o in posa al Ghibli Park. E così, alla fine, ti ritrovi a costruire una mappa personalizzata su Google, e a compilare un excel per incastrare Shinkansen e prenotazioni.