Nel 2019 la produttrice britannica Emma Morgan mise cinque “comuni” mamme inglesi davanti ad alcuni video porno: qualcuna racconta di aver dato di stomaco, qualcuna di essersi addirittura messa a piangere: «se mio figlio trattasse una donna in questa maniera lo prenderei a calci nel sedere». Quelle madri erano però consapevoli che i loro figli (e le loro figlie) “facevano uso” di quei video anche come strumento di educazione sessuale, in mancanza di una materia scolastica ufficiale. Accettarono quindi la proposta di scrivere e produrre il film porno che avrebbero voluto far vedere agli adolescenti: «sano» o, come si dice in questi casi, «etico»: che li risparmiasse da fantasie di stupro, stereotipi e gerarchie di potere.

 

Questa vicenda – e il film che ne è derivato – è raccontata dalla piccola docu-serie “Mums make porn”, andata in onda su Channel 4 nel Regno Unito e su NOVE in Italia. «Ci sembrava di dover fare qualcosa per provocare un dibattito», disse all’epoca Emma Morgan, «incoraggiare discussioni tra genitori e figli e spostare l’attenzione sul porno gratuito». Per le riprese della loro opera prima, le mamme (diventate intanto quattro dopo una defaiance) si sono affidate alla leggendaria Erika Lust – regista e produttrice svedese, classe 1977, riconosciuta da ormai vent’anni come una delle protagoniste della pornografia etica o femminista. Il suo cortometraggio “The good girl”, nel 2004, fu un cult istantaneo: distribuito gratuitamente online, fu scaricato due milioni di volte in due mesi.

 

Eppure si trattava dell’ennesima versione del “pizza delivery guy”, il fattorino della pizza che fa sesso con la cliente in accappatoio – ma senza il male gaze, ossia il punto di vista maschile; la vicenda è vista infatti con gli occhi della protagonista, sovvertendo i soliti cliché: «voglio che mi vieni in faccia come nei film porno», dice appunto lei alla fine (prima di presentarsi al delivery guy e lasciargli il numero: due cose che nei film porno, in effetti, succedono raramente). E non è un caso: questa cosa del facial – la pratica di eiaculare sul viso della partner – è stato (ed è) proprio uno dei nervi scoperti del porno femminista. La pioniera Candida Royalle, agli albori della pornografia etica negli anni Ottanta, escluse sempre le eiaculazioni facciali – e, più in generale, quasi tutte le eiaculazioni esterne maschili; altre registe, negli anni Duemila, hanno poi seguito lo stesso principio (Ms. Naughty, Petra Joy) – solo Tristan Taormino, grazie anche al lavoro di Lust, ha gradualmente cambiato la sua idea di sesso femminista.

 

I problemi del facial sono essenzialmente due: l’orgasmo maschile segna la fine di quasi tutti i video porno mainstream, come se fosse il motivo principale per cui gli interpreti hanno rapporti; poi, eiaculare sul corpo della partner viene letto come un modo di marcare un territorio, o una preda. Più in generale, l’orgasmo femminile oltre a non essere mostrato è spesso proprio assente: già otto anni fa la rivista scientifica The Journal of Sex Research sottolineava come, nei 50 video più visti di PornHub di quel periodo, l’orgasmo femminile fosse visibile solo nel 18,3% dei casi, mentre quello maschile nel 78%. Purtroppo il problema non si risolve mettendo una regista dietro alla macchina da presa: basti pensare alle videomaker (spesso ex interpreti) di alcune case di produzione glamour come Vixen – già il nome è un programma: Julia Grandi, Kayden Kross, Laurent Sky… Girano video con uomini dotatissimi, che interpretano imprenditori spesso in giacca, a bordo piscina, circondati da cognate, segretarie, sorellastre filiformi; siccome Vixen è un portale a pagamento, vengono distribuiti teaser sulle piattaforme gratuite che titolano «vergini affamate vengono aperte in due», «stagiste dominate dal capo», «tori distruggono mogli vogliose».

 

Illustrazione di kit8
Illustrazione di kit8 

 

La gratuità è un altro punto fondamentale del porno femminista: secondo le autrici, è importante pagare per quello che guardi, per permettere a chi produce i film di stipendiare chi ci lavora in modo equo; la maggior parte dei siti e delle piattaforme di video femministi, infatti, funziona per abbonamenti. Dopo anni di battaglie contro PornHub però, (soprattutto per le controversie di revenge porn, razzismo e misoginia del 2020), nel 2023 Erika Lust ha ceduto i contenuti della sua casa di produzione – per ragioni societarie, ma anche per intercettare un pubblico nuovo, e mostrare al pubblico “mainstream” che un altro tipo di porno è possibile. Nel “Diritto al sesso” (pubblicato in Italia da Rizzoli) la professoressa e filosofa Amia Srinivasan scrive infatti che il sesso nei film può impredire «lo sviluppo dell'immaginazione sessuale», soprattutto nei giovani. Per celebrare la rappresentazione del desiderio, della desiderabilità e della sessualità, il negozio di sex toys Good for Her di Toronto ha creato i Feminist Porn Awards: premi che sono rivolti a entrambi i generi. Per ottenere una candidatura è necessario che siano coinvolte donne e persone tradizionalmente emarginate nella produzione dell’opera; è necessario che l’opera rappresenti un piacere autentico, un desiderio – e infine l’opera deve ampliare i confini della rappresentazione, sfidare gli stereotipi – attraverso tipologie di corpi, pratiche sessuali, o attraverso un approccio etico durante tutta la produzione.


E quindi, il facial è un piacere «autentico» o no? «La Chiesa dei produttori del porno femminista puro», ha lamentato Erika Lust, «dichiara che certe pratiche sessuali sono un peccato, anche se a me e ad altre donne in tutto il mondo piacciono». Lust sostiene che niente – né l’auto-oggettivazione temporanea e consensuale, né il BDSM, la violenza consapevole o le fantasie estreme – dovrebbe essere etichettato come “non femminista”. Intervistata da Vice nel 2022, Paulita Pappel – produttrice e coordinatrice di scene di intimità – le ha dato ragione: pure «le gang bang non sono intrinsecamente sessiste, ma il modo in cui sono mostrate può esserlo spesso; nel porno femminista, per esempio, giriamo le gang bang come scene in cui gli uomini servono le donne», e non il contrario, «e chiediamo sempre a chi partecipa, prima di girare: quali sono i vostri limiti?».