«Ti amo ma non voglio vivere insieme a te»: le coppie Lat
di Vincenzo LigrestiIn Love Machine abbiamo già citato la "scala mobile relazionale" - resa popolare da Amy Gahran nel suo libro "Stepping Off the Relationship Escalator: Uncommon Love and Life” - secondo cui nell’evoluzione di una coppia, mediata dalla logica delle aspettative sociali, sono previsti dei “passi standard": incontro, ufficializzazione della relazione, convivenza, matrimonio, figli, crescita della famiglia.
Si tratta di un costrutto sociale che la maggioranza delle coppie segue pedissequamente perché consono alle loro inclinazioni, ma altre no, perché le loro stesse esistenze lo mettono in discussione. Per esempio è il caso delle coppie dink, che decidono di non avere figli, o in una qualche misura di quelle in sleep divorce, che concordano di non dormire insieme per migliorare la qualità del sonno. Poi, ci sono loro: le coppie Lat, “living apart together”, che sono legate profondamente, ma non coabitano.
La paternità di “living apart together" è attribuita al giornalista olandese Michel Berkiel, che nel 1978 usò per la prima volta il termine; a cui nel 2004 la professoressa e scrittrice norvegese Irene Levin aggiunse tre specifiche postille: i partner devono riconoscersi come una coppia, anche le persone a loro vicine devono percepirli come tali e, ça va sans dire, non devono convivere. Una coppia antesignana dei tempi è stata quella formata da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che stettero per oltre 50 anni insieme senza mai convivere, ma ci sono anche recenti casi di coppie di personaggi noti che hanno fatto questa scelta, e sicuramente potevano permetterselo.
Al netto della questione economica, qualche anno fa l’Istat scrisse che «i modi di vivere la coppia come relazione LAT mostrano grande variabilità tra le nazioni europee, con percentuali più alte in Scandinavia, Francia, Olanda e con livelli più bassi, ma in crescita, nell’Europa del sud e dell’est», compresa l’Italia, ma che i contorni di una coppia lat sono di difficile definizione.
Oggi sembrano più chiari: una coppia che ha provato a convivere ma ha fatto un coscienzioso passo indietro è una coppia lat, ma una che non vede l’ora di andare a convivere non lo è. È una scelta (sicuramente rinegoziabile) ma condivisa e non dettata dalle contingenze. Andare a vivere con qualcuno, se per esempio hai vissuto in autonomia per molto tempo, del resto per alcuni può essere sfidante: i modi in cui percepisci e gestisci spese, tempo libero, spazi, sia ambientali che personali, possono essere molto diversi da quelli del partner, e possono creare delle incomprensioni. Per esempio, alcune persone preferiscono mantenere una certa distanza perché per loro il desiderio si nutre dell’attesa: al netto del loro storico relazionale, sono consapevoli del fatto che vivere insieme rischierebbe di smorzare l’attrazione, rendendo la presenza dell’altra persona meno carica di erotismo.
Insomma, che si tratti di giovani o anziani, di coppie monogame o non monogame, di vedovi o divorziati che hanno ritrovato l’amore, poco importa se vivono in città diverse o a pochi isolati di distanza. Una cosa è certa: scegliere di vivere separati non significa amarsi meno. Anzi, per alcune persone è proprio la chiave per far durare l’amore.