Neanche stavolta abbiamo raccontato correttamente un femminicidio
di Melissa AgliettiIl suicidio di Tiziana Cantone, avvenuto dopo la diffusione in rete di alcuni suoi video intimi privati amatoriali, ripresi poi da giornali e diventati meme su internet, non ha insegnato niente su come il racconto della violenza di genere ha ripercussioni su chi la vive, i suoi familiari e la percezione generale delle persone di questi fenomeni.
Anche nel caso del femminicidio della vigile Sofia Stefani, uccisa dal superiore Giampiero Gualandi, i media hanno riportato dettagli della vita intima della vittima e del rapporto con il collega. Un vero e proprio caso di vittimizzazione secondaria, che niente aggiunge a quello che è accaduto ma che solletica la nostra morbosità.
D’altronde non si tratta più di sbattere il mostro in prima pagina, ma di delegittimare la vittima, che diventa meno vittima se ha una vita intima che per alcuni non è del tutto “ortodossa”. Analizzare il sentiment sotto ai post dei media sui social che parlano di questo femminicidio è la dimostrazione di come l’inasprimento delle pene voluto dal governo in merito alla violenza di genere sia totalmente inutile senza un’educazione alle relazioni e agli affetti.
Gli insulti a una persona uccisa da un suo superiore hanno fatto sicuramente engagement per i media, che però continuano a non prendersi la responsabilità di quello che viene diffuso riguardo ai processi per femminicidio, nonostante i corsi riservati ai giornalisti su come parlare di violenza di genere.
Anche nel caso della vigile, quindi, ancora una volta, le donne possono essere vittime solo se “pure”, “ingenue”. Tutte le altre un po’ se la sono cercata, un po’ dovevano stare al loro posto. Ma intanto, streghe o angeli, continuiamo a morire e le nostre ragioni si perdono nei commenti e nei like.