Non comprarlo, prendilo in prestito: le biblioteche degli oggetti che ribaltano la logica dell’iperconsumo
Negli ultimi anni, si sta facendo strada un nuovo modo di intendere il possesso e il consumo. Da Londra a Berlino, da Bologna a Palermo, si moltiplicano gli spazi dove è possibile prendere in prestito strumenti, elettrodomestici, attrezzature per il tempo libero e molto altro, evitando di acquistarli. Si tratta delle “oggettoteche” o biblioteche degli oggetti. Un’idea semplice, ma rivoluzionaria: perché comprare un oggetto che useremo solo poche volte, quando possiamo condividerlo con altri?
Questa pratica sta diventando sempre più diffusa non solo per motivi economici, ma anche per il suo impatto ambientale e sociale. Le biblioteche degli oggetti riducono lo spreco, incentivano l’uso responsabile delle risorse e rafforzano la fiducia tra le persone. In Italia, sono diverse le esperienze di questo tipo, come Leila a Bologna o Zero a Palermo, che stanno dimostrando come la condivisione possa essere una soluzione concreta a un mondo sempre più saturo di cose.
Le biblioteche degli oggetti funzionano in modo molto simile a quelle tradizionali: ci si iscrive, si prende in prestito ciò che serve e lo si restituisce dopo un certo periodo. Il tutto a costi ridotti o addirittura gratuitamente. Ad esempio, per iscriversi a Leila è necessario mettere a disposizione almeno un proprio oggetto, contribuendo così attivamente alla creazione di un catalogo sempre più ampio e utile per la comunità. «Il mettere in prestito un oggetto sancisce l’ingresso in una pratica di fiducia e condivisione», si legge sul sito di Leila, sottolineando come questa iniziativa vada oltre il semplice scambio di beni materiali, diventando un vero e proprio modello culturale basato sulla cooperazione.
Un altro esempio è Zero, la biblioteca degli oggetti di Palermo, che punta a «incentivare l’uso condiviso di strumenti utili in molte azioni domestiche poco frequenti», come lavori di manutenzione o bricolage. Come spiegano i suoi fondatori, un solo aspirapolvere potrebbe essere condiviso da un intero condominio, tre trapani potrebbero bastare per un quartiere. Con questo sistema, si evita di accumulare strumenti che spesso rimangono inutilizzati per la maggior parte del tempo, e allo stesso tempo si favorisce l’accesso a strumenti e conoscenze utili per tutti.
La co-fondatrice della Library of Things di Londra, Rebecca Trevalyan, ha spiegato che l’obiettivo è rendere il prestito «più accessibile, comodo e socialmente appagante che comprare qualcosa da Amazon». Un’idea che può sembrare ambiziosa, ma che in diverse città sta già dimostrando il suo potenziale.
Siamo circondati da oggetti che utilizziamo a malapena, mentre la produzione continua a crescere a ritmi insostenibili. Secondo il Global E-waste Monitor, nel 2019 il mondo ha prodotto oltre 53 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, di cui meno del 20% è stato correttamente riciclato. In Italia, secondo i dati forniti dal consorzio Ecolamp, nel 2024 sono state raccolte e smaltite 3.156 tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche, un incremento del 21% rispetto all’anno precedente. Il settore dell’abbigliamento, un altro esempio di iperproduzione, genera oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all'anno e contribuisce per il 10% alle emissioni globali di CO2. E non si tratta solo di elettronica o vestiti: ogni oggetto che compriamo ha un costo ambientale nascosto, legato alle risorse necessarie per produrlo e trasportarlo.
In un sistema che spinge all’accumulo, imparare a condividere sarà sempre più essenziale: non solo per risparmiare spazio e denaro, ma per costruire un futuro più sostenibile e consapevole. Le biblioteche degli oggetti non sono solo un’alternativa intelligente al consumo tradizionale, ma un’opportunità per ripensare il nostro rapporto con le cose e con le persone.