I content creator stanno mettendo «tutta questa rabbia sotto contratto» (cit.). O, per dirla in termini più concreti, la stanno trasformando in una fonte di guadagno. Il rage-baiting è la strategia che sfrutta indignazione e provocazione per massimizzare l’engagement, con un meccanismo tanto semplice quanto efficace: più un contenuto genera rabbia, più utenti commentano e interagiscono, più l’algoritmo lo spinge a un pubblico più ampio. Il risultato? Visibilità, crescita delle piattaforme e, soprattutto, monetizzazione, sia tramite partnership con brand attratti dai tassi di interazione sia attraverso i guadagni diretti dai social.

Ma c’è un altro aspetto meno noto di questa pratica: il rage-baiting può rivelarsi redditizio anche sul fronte legale. Sempre più creator stanno vincendo cause contro gli haters denunciati per insulti e diffamazione nei commenti. In altre parole, più odio ricevono, più hanno possibilità di ottenere risarcimenti economici.

Alcuni creator guadagnano con la tua rabbia

Il meccanismo è semplice: un titolo esagerato, un’opinione estrema o un’informazione parziale scatenano discussioni accese e violente nei commenti. Il problema è che queste dinamiche raramente portano a un confronto costruttivo: il dibattito si riduce a una continua escalation di toni e attacchi personali, creando community apparentemente molto “ingaggiate”, ma in realtà tossiche e polarizzate.

Il fenomeno è in crescita e sempre più influencer stanno scegliendo questa strada. Un esempio è Winta Zesu, modella newyorkese che ha dichiarato alla BBC di aver guadagnato 150mila dollari grazie ai commenti d’odio ricevuti. La sua strategia? Pubblicare video provocatori in cui sostiene che il suo problema è «essere troppo bella». Il fiume di reazioni indignate ha fatto il resto, trasformando l’odio in un ritorno economico.

Anche in Italia, molti creator e influencer stanno adottando tattiche simili, puntando su contenuti che suscitano reazioni forti per ottenere visibilità e profitti. Il risultato è un ecosistema digitale sempre più dominato da dinamiche conflittuali, dove la rabbia diventa una leva di monetizzazione e l’utente medio, spesso inconsapevolmente, contribuisce al successo di chi alimenta queste polemiche.