Uno studio della Fondazione Nord-Est ha stimato che 550mila giovani hanno lasciato l’Italia negli ultimi 13 anni, dal 2011 al 2023, per emigrare all’estero. Oltre alla ricerca di una migliore qualità della vita, il welfare e i trasporti, tra le motivazioni che spingono le nuove generazioni a lasciare il Paese c’è il basso livello degli stipendi. Anche la laurea ormai non assicura un buon reddito, e non sempre basta vivere (o trasferirsi) al Nord – che resta comunque la zona più attrattiva del Paese – per vivere dignitosamente. Aumenta infatti la quota di laureati sul totale dei giovani che emigrano dal Settentrione: è stata del 48% nel 2022, con un incremento di 7 punti percentuali in un solo anno (nel 2021 si fermava al 41%) mentre nel 2019 non si superava il 36%.

 

Non è un segreto che in Italia i salari reali (cioè al netto dell’inflazione) siano rimasti praticamente invariati negli ultimi vent’anni, come certificato dall’OCSE. Nel frattempo il costo della vita è aumentato, riducendo il potere d’acquisto dei lavoratori: non solo gli stipendi non crescono, ma spendiamo di più per comprare le stesse cose, e di conseguenza subiamo un impoverimento. 

 

Inutile sottolineare come questa situazione abbia creato un terreno fertile per l’emigrazione della forza lavoro verso mete più ambite. E non serve andare troppo lontano. Una agile e immediata grafica pubblicata da Eurostat mostra la disparità di salari in Europa. L’Italia, che rientra tra le maggiori economie del continente, non regge il confronto con le retribuzioni degli altri grandi Paesi dell’Unione. Per mettere tutte le nazioni sullo stesso piano Eurostat traduce il valore delle retribuzioni in Purchasing Power Standard (PPS), un’unità artificiale utilizzata per confrontare il potere d'acquisto tra diversi Paesi, eliminando così le differenze di prezzo. Se nell’Unione europea, nel 2023, la retribuzione netta è stata di 27,5 mila PPS, la media italiana si ferma a 24 mila PPS, con una differenza del 15%. 

 

Tralasciando la Svizzera, che con il primo posto a 47 mila PPS è il vero outlier della classifica, in Germania lo stipendio medio è di 34,9 mila PPS, in Francia di 28,5 mila PPS e in Spagna di 24,5 mila. Lo stipendio medio tedesco è quindi maggiore di quello italiano del 45%, quello francese del 18% e quello spagnolo del 2%. Insomma, tra i grandi Paesi UE l’Italia rimane il meno appetibile. 

 

Invertire il trend non è semplice, perché l’Italia, a differenza dei partner europei, negli ultimi decenni ha intrapreso una traiettoria che in termini di strategia economica avvicina le aziende del nostro Paese a quelle di economie meno sviluppate. Quelle che puntano sul mantenimento di un basso il costo del lavoro per ottenere più margine nei profitti. Un approccio che nel lungo termine porta a una stagnazione dei redditi, come possiamo osservare appunto anche in Italia. 

Ma anche se i limiti di questo modello sono ormai evidenti, non sembra che le cose siano sulla strada del cambiamento. Secondo uno studio realizzato da un gruppo di docenti dell’Università La Sapienza di Roma, guidati da Riccardo Gallo, le medie e grandi imprese italiane continuano a produrre ricchezza, ma scelgono di non reinvestire i guadagni negli stipendi e negli investimenti. Preferiscono invece distribuire utili corposi agli azionisti. 

 

E così, se nel 2023 il giro d’affari di queste imprese risultava superiore del 34% a quello del 2019 – l’ultimo anno prima della crisi sanitaria ed economica dovuta alla pandemia – la quota confluita nei redditi da lavoro è scesa del 12%. Al contrario, la remunerazione degli azionisti è aumentata del 14%. I soci hanno prelevato l’80% degli utili come dividendi lasciando solo il 20% per i nuovi investimenti.

 

In questo contesto, gli interventi del Governo, focalizzati soprattutto sulla riduzione della pressione fiscale su imprese e cittadini, paiono deficitari. Nonostante l’esecutivo possa vantare il record di assunti (falsato in realtà dall’aumento degli inattivi, in particolare tra i giovani) gli stipendi restano al palo. E se gli ultimi dati ISTAT descrivono una situazione in miglioramento – con gli stipendi reali che nel 2024 hanno superato l’inflazione – è necessario non lasciarsi trasportare dai comunicati altisonanti che promuovono i risultati economici dell’esecutivo Meloni. 

 

L’aumento dei salari è infatti un’illusione ottica: risulta superiore all’andamento dei prezzi solamente perché l’inflazione è calata dopo la fiammata dovuta alla pandemia – era all’8,7% nel 2022 e all’1,3% due anni dopo. Per i giovani che vogliono costruirsi un futuro in Italia le prospettive rimangono quindi poco attrattive: cambiano i Governi ma non salgono gli stipendi.