Emergenza infermieri in Italia: ne mancano 65 mila, stipendi bassi e turni insostenibili
Nel nostro Paese mancano almeno 65 mila infermieri e dei 400 mila che invece esercitano questa professione, la metà ha più di 50 anni. Per i più giovani, si tratta di un lavoro poco attraente, almeno in Italia: a fronte di uno stipendio di circa 1.500-1.600 euro netti al mese, le responsabilità sono altissime.
Come spiega a VD Yamo, che lavora come infermiere in una struttura convenzionata con il pubblico: «Abbiamo a che fare con pazienti in condizioni cliniche gravissime e durante il pomeriggio bisogna gestire anche i parenti dei degenti in visita». Yamo e altri infermieri hanno scritto una lettera alla direzione aziendale per denunciare il sovraccarico lavorativo del personale.
«Immagina di avere 30 pazienti da dover gestire da solo. Per fare tutto il giro dei degenti impieghi 3-4 ore se tutto va bene. Siamo così sovraccaricati che in alcuni casi ritardiamo la somministrazioni di terapie salvavita. È capitato addirittura di trovare pazienti in condizioni critiche sulla carrozzina o, nei casi più estremi, deceduti», ci dice.
Sono passati sei anni da quando medici e infermieri erano i nostri «eroi in corsia» contro il Covid. Nel frattempo, tagli dopo tagli alla sanità pubblica hanno esasperato le condizioni lavorative del personale sanitario, con conseguenze anche su noi pazienti.
Come spiega la Repubblica, le Regioni chiedono 6,8 miliardi di euro aggiuntivi per il Fondo sanitario nazionale nel 2027, il doppio rispetto al Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles. I soldi mancanti avrebbero coperto, tra le varie cose, assunzioni e aumenti per infermieri e medici.
«Noi operatori torniamo a casa logorati dal dubbio e dal senso di impotenza di non poter garantire un ‘assistenza degna di questo nome», spiega a VD Yamo, infermiere . Il lavoro di cura si trasforma così in una serie di protocolli da rispettare al minuto, svuotando il codice deontologico del suo valore. «Il rischio di beccarci denunce è altissimo anche se il disservizio non dipende da noi ma da questa gestione delle risorse da parte dell’azienda». «Capisco i colleghi che vanno a fare questo lavoro all’estero. Ma soprattutto chi ci rimette sono i pazienti, a cui non garantisci nemmeno la continuità assistenziale. Non puoi guardare una persona solo per 10-15 minuti e rivederla dopo sei ore»