Dentro la Casa della Comunità che mostra cosa manca alla sanità italiana
di Eleonora SignoriniEntro nella Casa della Comunità di Pietrasanta una tarda mattinata, verso le undici. È uno di quegli orari in cui, in un pronto soccorso o nello studio di un medico di famiglia, mi aspetterei già una piccola folla. Fuori fa caldo. Dentro, insieme a me, entra un uomo che dice di voler prendere un appuntamento per la moglie, ma non ha con sé i documenti. Forse ha davvero bisogno di una prenotazione, forse solo di sedersi un momento al fresco. Lo staff gli chiede se sta bene, verifica che non ci sia un’urgenza, gli spiega cosa serve. Poi ognuno torna al proprio lavoro.
Mentre aspetto Manuela Folena, direttrice della Zona Distretto Versilia dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest, un infermiere prende la scopa e pulisce l’ingresso dai piccoli aghi di pino tipici delle zone marittime della Toscana. Non sembra un gesto per riempire il tempo, ma una piccola scena di funzionamento quotidiano. In una Casa della Comunità, tutti devono essere un po’ “da bosco e da riviera”, mi dicono: accogliere, orientare, medicare, rispondere, spostare una sedia, raccogliere quello che c’è per terra. Un’infermiera lo prende in giro: si vede che a casa sua non è lui a spazzare.
Poi arriva Manuela Folena, direttrice della Zona Distretto Versilia dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest. Ci presentiamo e iniziamo a visitare la Casa della Comunità: corridoi, ambulatori, stanze ancora riconoscibili come pezzi di un ex ospedale, ma riempite di una funzione diversa. Non il luogo dove si arriva quando tutto è già emergenza, ma quello dove si dovrebbe entrare prima, quando una domanda di salute può ancora trovare una risposta sul territorio.
La parola che tiene insieme tutto, anche quando non viene pronunciata, è orientamento. Una Casa della Comunità dovrebbe servire prima di tutto a questo: evitare che una persona debba conoscere da sola la geografia complicata della sanità. Capire se deve chiamare il medico di famiglia, prenotare una visita, andare al pronto soccorso, chiedere un prelievo, parlare con un infermiere, rivolgersi ai servizi sociali. Per chi sta bene, questa mappa è già difficile. Per chi è anziano, fragile, malato, solo, o semplicemente preoccupato, può diventare un labirinto.
Qui, almeno nell’idea, il percorso dovrebbe cominciare da una porta sola. Non perché tutti i bisogni possano essere risolti nello stesso posto, ma perché qualcuno dovrebbe prendersi la responsabilità di ascoltarli, distinguerli e indirizzarli. La Casa della Comunità non promette di fare tutto. Promette, se funziona, di non lasciare il cittadino da solo davanti alla domanda più banale e più faticosa: adesso dove devo andare?
È la promessa scritta nella riforma della sanità territoriale: fare delle Case della Comunità un punto di accesso riconoscibile del Servizio sanitario nazionale, dove bisogni sanitari, sociosanitari e sociali possano essere intercettati prima di diventare emergenza, rinvio o solitudine. Il DM 77, il regolamento che ha definito gli standard dell’assistenza territoriale, le immagina come strutture di prossimità in cui professionisti diversi lavorano in modo integrato. Ma tra il modello scritto nei documenti e una struttura che funziona davvero c’è una distanza molto concreta: persone, orari, strumenti, abitudini di lavoro comune.
La dottoressa Folena mi mostra gli spazi e intanto spiega il senso del presidio: «Tenere insieme quello che di solito il paziente incontra separato: il medico di famiglia da una parte, lo specialista dall’altra, il CUP altrove, l’infermiere in un altro piano, il volontariato in un’altra sede ancora. A Pietrasanta questi pezzi non sono fusi in un organismo perfetto, ma condividono un luogo». Il vantaggio non è avere tutti nello stesso corridoio, ma evitare che ogni bisogno diventi un rinvio. Un operatore può chiedere a un collega, un medico può intercettare un problema prima che diventi un accesso improprio, una richiesta confusa può essere ascoltata prima di essere respinta come “non di competenza”. Per chi entra, significa almeno questo: non dover ricominciare ogni volta da capo.
La struttura è negli spazi dell’ex ospedale Lucchesi, in via Martiri di Sant’Anna. Per chi vive qui non è un edificio qualunque: è un posto che aveva già una memoria sanitaria. Questo conta, perché una Casa della Comunità non nasce solo quando viene finanziata, ristrutturata o inaugurata. Nasce davvero quando le persone iniziano a riconoscerla come un luogo in cui si può entrare. A Pietrasanta, infatti, non si entra in una scatola vuota. Nella struttura lavorano dieci medici di medicina generale, quattro persone tra personale infermieristico e di segreteria, ventisei tra infermieri e operatori sociosanitari. A questi si aggiungono operatori e volontari delle associazioni, amministrativi, medici dell’assistenza sanitaria di comunità, medici del Punto di intervento rapido, Croce Verde e altri specialisti (fisiatri, pneumologi, odontoiatri, ecc). Non tutte queste figure sono presenti contemporaneamente, ma il perimetro del presidio dice già qualcosa: più che un ambulatorio allargato, è un piccolo ecosistema sanitario.
Ci sono servizi infermieristici, CUP, punto prelievi, attività amministrative, ambulatori specialistici, medici di medicina generale e un Punto di intervento rapido pensato per intercettare bisogni urgenti ma non da pronto soccorso. Il verbo giusto, qui, è “provare”. Perché Pietrasanta non dimostra che la riforma sia risolta, ma testimonia piuttosto quanto sia complicato farla funzionare davvero. La differenza tra una Casa della Comunità e un poliambulatorio non sta solo nel numero di stanze o di prestazioni, ma nel modo in cui una persona viene presa in carico. Se entra per prenotare una visita, ma dietro quella richiesta c’è una fragilità più ampia, qualcuno deve accorgersene. Se arriva per un problema piccolo, ma non sa se sia piccolo davvero, qualcuno deve orientarlo. Se ha bisogno di un medico, ma anche di un supporto sociale, il sistema deve parlarsi. Altrimenti non siamo davanti alla sanità di prossimità, ma a una somma di sportelli messi nello stesso edificio.
È qui che il caso di Pietrasanta diventa utile per guardare il resto d’Italia. Non perché sia perfetto, ma perché mostra le condizioni minime che servono perché una Casa della Comunità non resti un’insegna. La prima di queste condizioni è la presenza dei medici di famiglia. A Pietrasanta lavorano dentro la struttura anche medici di medicina generale, tra cui Francesco Gattai. La loro presenza è il punto più delicato del modello, perché tocca il cuore della riforma nazionale. I medici di famiglia non sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ma professionisti convenzionati. Hanno un rapporto diretto e fiduciario con i pazienti, organizzano il lavoro in autonomia e da anni sono anche schiacciati da carichi crescenti: burocrazia, ricette, certificati, cronicità, anziani soli, telefonate continue, richieste che spesso non sono solo sanitarie.
Nel racconto del dottor Gattai, la presenza dei medici dentro la Casa della Comunità ha senso solo se non diventa un semplice trasferimento dello studio in un altro edificio. Il valore del modello sta nella possibilità di lavorare accanto ad altre figure: infermieri, specialisti, personale amministrativo, servizi di supporto. È questa rete, più del luogo fisico, a poter alleggerire il lavoro quotidiano del medico e rendere più semplice il percorso del paziente.
È il punto su cui si è inceppata anche la riforma nazionale dei medici di famiglia. Il governo ha provato a intervenire sul loro rapporto con il Servizio sanitario nazionale, ma la proposta si è fermata davanti alle resistenze della categoria e alle tensioni politiche. Il nodo è semplice solo in apparenza: come garantire la presenza dei medici nelle Case della Comunità senza trasformare radicalmente il loro ruolo? Da una parte c’è chi sostiene che senza un rapporto più strutturato con il servizio pubblico sarà difficile riempire le Case della Comunità. Dall’altra c’è chi vede nella dipendenza una trasformazione radicale del ruolo del medico di famiglia, con il rischio di indebolire proprio quel rapporto di fiducia che dovrebbe essere la base dell’assistenza primaria.
Nel dibattito sul ruolo dei medici di famiglia, Umberto Quiriconi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Lucca, spiega che la riforma proposta dal governo si è fermata perché «il ruolo di Medico di Medicina Generale veniva profondamente trasformato con la proposta della dipendenza, snaturando una figura professionale da sempre ispirata dal criterio del rapporto di fiducia». Le criticità, secondo Quiriconi, non riguardano solo lo status giuridico, ma soprattutto «la insufficiente predisposizione di servizi per l’espletamento del lavoro quotidiano».
È una posizione che sposta la questione dal contratto alla materia viva del lavoro. Una Casa della Comunità non funziona se chiede ai medici di spostare il loro studio dentro un edificio pubblico lasciandoli soli come prima. Funziona se intorno a loro costruisce una rete: infermieri, personale amministrativo, strumenti, specialisti, percorsi chiari, meno burocrazia, più possibilità di rispondere ai pazienti senza rimandarli altrove.
Secondo Quiriconi, il modello toscano può funzionare perché «da sempre i sindacati medici sono coinvolti nella elaborazione dei progetti». Ma a una condizione: che le Case della Comunità non siano soltanto edifici. Per evitare che restino «scatole vuote», scrive, servono «adeguati servizi per diminuire il carico burocratico e per assistere il medico nel lavoro quotidiano», a partire da «personale infermieristico e adeguata dotazione strumentale».
Da questo punto di vista, Pietrasanta è un esempio positivo perché, spiega ancora Quiriconi, «sono stati attivati ambulatori per il MMG assieme ad adeguati servizi con la presenza di medici specialisti e di un P.I.R. - cioè un Punto di intervento rapido - con disponibilità di un collega dalle ore 8,00 alle ore 20,00 per urgenze». Questo non significa che la Toscana abbia risolto tutto. Significa che parte da una posizione diversa. Qui le Case della Comunità non arrivano in un deserto: si innestano su una tradizione precedente di Case della Salute, distretti, servizi territoriali, Società della Salute, relazioni con il volontariato. In Versilia, questa rete esisteva già in parte. Il PNRR non l’ha inventata, l’ha semmai trasformata, riorganizzata, spinta dentro un modello nazionale. Ma proprio qui sta il paradosso. Se Pietrasanta funziona perché aveva già spazi, servizi, professionisti, volontariato e un luogo riconosciuto dai cittadini, cosa succede nei territori dove tutto questo manca?
Il PNRR può finanziare ristrutturazioni, attrezzature, nuove sedi, tecnologie; può indicare obiettivi e scadenze. Ma non può creare da solo medici, infermieri, abitudini di lavoro comune, fiducia dei cittadini, relazioni tra servizi sociali e sanitari. Queste cose si sedimentano. Non si inaugurano. A Pietrasanta, il ruolo del volontariato è uno degli elementi che rendono più visibile questa sedimentazione. La Croce Verde fa parte della rete locale e contribuisce al funzionamento quotidiano del presidio. È una risorsa, ma anche una domanda aperta. Dove finisce il supporto della comunità e dove comincia il bisogno di personale pubblico stabile? Quanto può reggere una sanità territoriale che, per funzionare bene, deve appoggiarsi anche alla disponibilità di associazioni, operatori, volontari, relazioni informali?
Dentro la Casa della Comunità, questa domanda non ha l’aspetto di un dibattito astratto. Ha la forma di una persona che entra senza sapere bene cosa chiedere. Di un infermiere che spazza l’ingresso. Di un medico che passa da un ambulatorio all’altro. Di un paziente che potrebbe andare al pronto soccorso, ma forse può essere visto prima. Di una struttura che non è ospedale, non è studio medico, non è solo distretto, non è solo CUP. È un ibrido, e la sua forza sta proprio in questa ambiguità organizzata. Per anni, il sistema sanitario italiano ha retto su due poli molto riconoscibili: da una parte l’ospedale, dall’altra il medico di famiglia. In mezzo, però, è cresciuta una zona grigia sempre più grande: cronicità, anziani soli, persone fragili, bisogni sociali che diventano sanitari, piccoli traumi, sintomi non urgenti ma nemmeno ignorabili, pazienti che non sanno se chiamare il medico, andare al pronto soccorso, prenotare una visita o aspettare. Le Case della Comunità nascono per stare esattamente lì, in quella terra di mezzo.
A Pietrasanta questa terra di mezzo si vede. Non è spettacolare, non produce scene da emergenza continua. Anzi, la cosa più sorprendente è la calma. Ma è una calma operativa, non vuota. La sensazione è quella di una macchina sanitaria piccola, ancora imperfetta, che prova a fare una cosa molto semplice e molto difficile: impedire che ogni bisogno diventi solitudine o pronto soccorso. La riforma della medicina territoriale, allora, non fallisce perché l’idea delle Case della Comunità sia sbagliata. Fallisce, o rischia di fallire, se resta senza le condizioni materiali per vivere. Il caso di Pietrasanta mostra che quelle condizioni sono tante e poco scenografiche: personale presente, orari veri, medici coinvolti, infermieri, specialisti, servizi amministrativi, volontariato, spazi riconoscibili, fiducia, continuità con quello che c’era prima.
Si vedono soprattutto quando qualcosa interrompe il ritmo ordinario della struttura. Alla fine della visita, poco prima di uscire, entra un infortunio sul lavoro. Non c’è concitazione, non c’è retorica dell’emergenza. La situazione viene assorbita dentro la routine del presidio: qualcuno accompagna, qualcuno telefona, qualcuno torna allo sportello, qualcuno riprende il giro degli ambulatori. È solo un altro episodio della giornata, e proprio per questo racconta bene il senso di questa Casa della Comunità. Non un luogo miracoloso, non la soluzione finale ai problemi del Servizio sanitario nazionale, ma un presidio che prova a stare prima dell’ospedale, accanto ai medici, vicino ai cittadini. Un posto in cui un bisogno può essere guardato, valutato, orientato, prima di diventare automaticamente un accesso al pronto soccorso.
Una Casa della Comunità, quando funziona, non dovrebbe infatti sembrare un evento straordinario. Dovrebbe essere un posto normale dove una persona entra prima di essere lasciata sola, prima di finire al pronto soccorso, prima che un bisogno piccolo diventi un problema grande. La domanda, allora, non è soltanto se l’Italia riuscirà ad aprire abbastanza Case della Comunità. La domanda è quante saranno davvero come Pietrasanta: non piene di muri, ma piene di sanità.