No, non è il momento di fare scorta di lievito
di Davide TragliaNegli ultimi giorni, il sospetto focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera MV Hondius ha riattivato una dinamica social ormai familiare, con articoli clickbait che parlano di una possibile “nuova pandemia”, post catastrofisti e paragoni automatici con il Covid-19. Su TikTok sono comparsi video che scherzano sul ritorno del lockdown e creator che improvvisano balletti “per quando l’Hantavirus sarà il nuovo Covid” o che fingono addirittura di aver contratto il virus.
Parallelamente, come spesso accade quando un tema sanitario diventa virale, sono riemersi anche contenuti complottisti che coinvolgono Bill Gates e presunti documenti Pfizer del 2021 che menzionerebbero l’Hantavirus come effetto collaterale del vaccino anti-Covid. La realtà, però, è molto diversa: l’Hantavirus non è un virus nuovo e, allo stato attuale, non ci sono elementi che facciano pensare a una nuova pandemia simile al Covid-19.
CHE COS’E’ L’HANTAVIRUS
Si tratta di virus zoonotici che infettano naturalmente i roditori e vengono occasionalmente trasmessi all'uomo. Nei casi collegati alla MV Hondius, il virus identificato è l’Andes virus, una variante diffusa soprattutto in Sud America e particolarmente monitorata perché, a differenza della maggior parte degli hantavirus, può trasmettersi anche da persona a persona in situazioni di contatto stretto e prolungato.
COME SI TRASMETTE?
Il contagio avviene principalmente attraverso l’inalazione di particelle contaminate da urine, saliva o feci di roditori infetti; il contatto con ambienti contaminati e, più raramente, tramite contatti stretti e prolungati con persone infette. I sintomi iniziali sono spesso aspecifici e simili a una sindrome influenzale: febbre, cefalea, dolori muscolari, nausea, vomito e disturbi gastrointestinali. Nei casi più gravi, l’infezione può evolvere in sindrome cardiopolmonare e portare alla morte. Nonostante ciò, però, non ci sono elementi per pensare a una pandemia simile al Covid.
PERCHE’ NON C’E’ IL RISCHIO DI UNA PANDEMIA
Innanzitutto perché l’Hantavirus non rappresenta un patogeno sconosciuto emerso improvvisamente. «Già in passato ci sono state epidemie di questo specifico Hantavirus che sono state circoscritte e dominate con le normali procedure di sanità pubblica», spiega a VD l’infettivologo Federico Gobbi, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Tropicali e Microbiologia dell'IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. «È ovvio che un virus è sempre da tenere sotto controllo perché si trasmette per via respiratoria e perché, quando colpisce, lo fa in maniera molto grave. Quindi, va monitorato soprattutto affinché non ci siano delle mutazioni. Però, in questo momento non c'è il rischio di una pandemia», afferma Gobbi.
Un altro punto è centrale è che il Covid si diffondeva facilmente anche prima della comparsa dei sintomi, caratteristica che ne ha favorito la propagazione globale. Nel caso dell’Hantavirus, questo non risulta. Esiste poi un paradosso epidemiologico: l’alta letalità riduce il potenziale pandemico. «La letalità è molto alta, attorno al 30%, e questo rende questo virus un candidato poco probabile, per fortuna, a una pandemia», spiega a VD Ivan Gentile, professore ordinario di Malattie Infettive e direttore del Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia della Federico II.
Infine, il principale roditore serbatoio associato all’Andes virus non è presente in Europa. «L’ospite, cioè il roditore che è il serbatoio dell’infezione, non è presente in Europa, per cui è improbabile che si possa stabilire un’infezione nel nostro continente», afferma Gentile. Se l’Hantavirus non sarà la prossima pandemia, questo non significa che il tema possa essere archiviato. In un mondo sempre più globalizzato, è inevitabile anche una globalizzazione delle malattie infettive, motivo che rende necessaria una risposta scientifica, sanitaria e soprattutto politica più globale.
«Dobbiamo sfruttare i momenti interpandemici per costruire una rete fatta di medici, istituzioni e cooperazione internazionale. Se ragioniamo sul singolo Stato, sulla singola regione, non andremo da nessuna parte», dice Gentile. Se infatti si è detto a lungo che l’esperienza della pandemia di Covid sarebbe “servita” per ragionare sul rafforzamento del sistema sanitario, questo non è mai avvenuto. «Non siamo messi meglio del 2020», dice Gentile.
«Occorrono più forze. Noi medici siamo un elastico già tirato al massimo e che rischia di spezzarsi. Questo l’abbiamo visto nel caso del Covid ma anche con ogni epidemia di influenza. Abbiamo il pronto soccorso sempre sotto pressione, disuguaglianze territoriali grosse e carenza di personale». Secondo Gobbi, il tema però non riguarda soltanto la tenuta del sistema sanitario, ma richiede una riflessione più ampia anche sulle infrastrutture e sull’organizzazione sociale nel suo complesso. «In Italia, per esempio, abbiamo un problema grosso legato alle scuole e alle strutture. Bisognerebbe mettere in sicurezza tutti gli edifici scolastici e ripensare il modo di fare scuola, in modo che, in caso di una nuova pandemia, i ragazzi possano continuare a seguire le lezioni senza interruzioni prolungate».
«In realtà», continua Gobbi, «si fa ancora poco sul piano strutturale, anche perché i costi sono elevati, ma investire su questo significherebbe ridurre i danni di eventuali future emergenze e riuscire a circoscriverle nel più breve tempo possibile». In altre parole: niente panico e niente teorie del complotto, ma nemmeno l’illusione che, siccome questo non sarà probabilmente “il prossimo Covid”, allora possiamo ignorare i problemi strutturali della nostra sanità. La domanda da farsi, più che altro, non è se dovremo comprare lievito per un altro lockdown, ma se nel frattempo avremo finalmente deciso di investire (e non continuare a tagliare) davvero nella salute pubblica.